Siamo un sottobosco

Siamo un sottobosco

In questo periodo di primavera mi sto molto occupando della raccolta delle erbe spontanee.
Tarassaco, centocchio, pimpinella, piantaggine, silene, barba di becco, melissa, biancospino, germogli di rovo, germogli di pungitopo, asparagi, sambuco, tiglio ecc… basta uscire a fare una passeggiata e ci si rende conto di quanta varietà di piante selvatiche possiamo trovare in giro e quante di queste siano commestibili.

La natura ci offre molto, senza che dobbiamo rivoltare una sola zolla di terreno, eppure pochi approfittano di tutto questo.

Uno dei concetti che più ho avuto modo di fare mio in questo ultimo periodo, grazie alle riflessioni di “poche parole” di Davide, è quello di “erbaccia” o peggio ancora di “erba infestante”. In diversi forum che si occupano di erbe ho incontrato l’uso frequente di questo concetto riferito a qualche tipo di erba che cresce rigogliosa sotto viti, alberi da frutto o coltivazioni in genere.

Fino a qualche tempo fa, ma di tanto in tanto ancora adesso, il vedere queste “erbacce” crescere nelle siepi, nelle aiuole, negli spartitraffico mi provocava un certo effetto che descriverei di disordine, poiché nella mia idea di aiuola, giardino o angolo verde che sia, immagino la perfezione delle piante disposte in un certo modo, immagino il mio angolo d’orto con tutte le file di zucchine, pomodori e insalata ben disposti, immagino un angolino di giardino con rigogliosa lavanda e solo quella!! Oppure l'ordinata aiuola perfettamente tosata in mezzo ad una rotonda nella città, con tutte le piantine al posto giusto, oppure un bel pratino pettinato a strisce o a semicerchi come un campo da calcio, con l’erbetta tutta di un centimetro e mezzo che non supera la suola della scarpa.

Dico la verità, vedere tutto questo certamente mi dona un senso di ordine e quindi di tranquillità, di pulizia. Non metto in dubbio che la nostra tendenza umana sia (anche) quella di sistemare schematicamente, di mettere ordine, perché questo ci porta visione d’insieme, sicurezza ed equilibrio e non metto in dubbio che un’aiuola ordinata ed “addobbata” bene dia un senso di ordine o semplicemente sia bella da vedere.

Vorrei anche dire però come ho trovato il bello e l’equilibrio anche nel “disordine” della natura, anche nel disordine delle “erbacce”. Credo che ci sia stato un ampliamento nel mio senso del “bello” dovuto ad un diverso senso di tolleranza di queste specie di piante che ci crescono sotto i piedi e sotto le scarpe, tolleranza che mi è arrivata dalla crescente conoscenza che ho fatto di queste piante, dei loro usi e delle loro proprietà.

A nessuno verrebbe mai in mente di calpestare un campo coltivato di lavanda, oppure un campo di insalata eppure camminiamo “quasi senza attenzione” in un prato pieno di erbe commestibili ma cresciute senza l’aiuto di nessuno. Naturalmente!

le principali erbe spontanee commestibili

Ho cercato l’etimo delle due parole “prato” e “campo” ed ho scoperto un mondo.

E’ incredibile come le parole nascondano significati così complessi.

Come per tutte le parole l’etimo della parola “campo” viene attribuito a diverse origini, dal latino “capere” che significa contenere, dal greco Kampto che significa piegare, mentre altri fanno risalire il termine da un’altra parola greca che è “kepos” che significa giardino da cui derivano diversi termini quali “kapetos” fossa, da cui deriva lo slavo “kopati” scavare e l’antico termine prussiano “en-kopts, scavare, sotterrare chiaramente riferito al gesto di segnare i campi attraverso l’aratura. E’ interessante notare come a tutte le diverse origini di questa parola sia sempre legato un significato di lavoro umano, di intervento umano nella natura.

Diverso invece è l’origine della parola “prato” che alcuni fanno risalire al termine latino “parata” che i latini antichi usavano come derivazione di “paratus” che significa apparecchiato, pronto, perché è tale che per coglierne il frutto serve solo la falce essendo disposto a produrre senza il bisogno della mano dell’uomo.

siamo un sottobosco3Ho riportato l’etimologia di queste due parole per collegarmi a qualcosa che ultimamente sento molto e della quale discuto spesso che è legata alla percezione che noi abbiamo delle erbe spontanee (che è sintetizzata nel termine erbacce o infestanti). Mi colpisce molto sentire o leggere commenti riguardo queste erbacce, perché di solito quello che ci si chiede a loro proposito è sempre come si possono eliminare, come si può limitare la loro crescita o addirittura impedirla e su questo l’uomo non ha mai esaurito la sua fantasia che in molti casi è divenuta oltre che grottesca anche pericolosa per tutto l’ambiente. L’idea che sta sempre alla base di tutto è che le colture avviate dall’uomo sono minacciate o “inquinate” da specie estremamente resistenti, questo discorso diventa ancora più assurdo se lo si allarga anche agli insetti parassiti. Questo sembra molto simile a ciò che si fa in molte strutture sanitarie o di preparazione di alimenti sulla contaminazione crociata di batteri.

Mettiamoci in testa questo, che i batteri, le erbacce o gli insetti parassiti non potranno mai essere eliminati perché se mai ciò accadrà, sarà la fine della nostra stessa specie.

Quello che è sbagliato è il metodo in se, perché non è mai esistito in natura un campo in monocoltura di verdura o frutta ed è proprio l’introduzione di un simile metodo che porta allo squilibrio cosicché si comincia a vedere un'erba come infestante, un insetto come parassita ecc… perchè poi diviene davvero così. Se introduco uno squilibrio nell’ecosistema, non posso che aspettarmi squilibri come risposte “autoimmuni”. Questo purtroppo molti non lo comprendono e vi dico la verità non lo comprendevo nemmeno io fino a non molto tempo fa. E’ davvero sottile il confine che ci separa da questa consapevolezza, ma fino a quando non la hai acquisita, non puoi comprendere i suoi effetti.

Ma cosa ci porta a questa inconsapevolezza?

Per comprenderlo forse dovremmo parlare in termini di diversità, di integrazione, di sinergia, di differenze, di tolleranza!

Sono i valori che ci guidano a fare la differenza, se abbracciamo un valore come quello della tolleranza, ci renderemo conto di come una semplice erba che cresce sotto il nostro filare di alberi di ciliegie ha la stessa importanza dello stesso albero. Se cresce lì sotto c’è un motivo, c’è un perché che probabilmente non ci è dato di conoscere, ma sicuramente c’è una ragione.

In un ecosistema, ogni cosa trova il suo posto, ci sono risorse per tutti, c’è spazio per tutti, c’è possibilità per tutti, non esiste un unico modo ma infiniti modi, non esiste un'unica specie, ma infiniti incroci.

Tutto trova il suo senso, proprio nella differenza, nella integrazione e nella sinergia, ed è proprio questa la bellezza che ho trovato nel disordine del selvatico, un disordine creativo, in movimento, imprevedibile.

siamo un sottobosco4Ho trovato tutto questo nel sottobosco, ai piedi dei grandi alberi, le querce, i sambuchi, le acacie, sotto di loro, dove si intrecciano il tamaro con la vitalba, dove i cespugli di rosa canina crescono in simbiosi con quelli del rovo, dove il prugnolo e il biancospino creano boschetti impenetrabili, li sotto si trova il cuore di tutto.

Fiori dalla bellezza indicibile, profumi intensi.. è davvero tanta la vita che si nasconde sotto gli alberi, per non parlare degli insetti.

Tutti trovano ciò che serve, nessuno deve rinunciare alla sua essenza per sopravvivere, ma è quella stessa essenza che gli procura sopravvivenza.

Tutto accade in silenzio ed il sottobosco si popola di esseri di ogni genere, e la grande catena della vita gira, perché in natura non hai rifiuti, ma tutto diviene utile, cosicché puoi prendere un pugno di terra e renderti conto che quella stessa terra si è arricchita e si è formata proprio grazie all’humus che nel tempo si è depositato, foglie, rami, fiori, pollini, la sinergia tra esseri rende tutto questo disponibile per altri esseri, fino a tornare terra fertile che darà vita ad altra vita.

Tutto questo è stupendo.

Tutto questo è grandioso.

Allora mi rendo conto che se tutto ciò accade naturalmente, perché dobbiamo sostituirci alla natura?

Tutto ciò in un aiuola non accade, tutto ciò in un giardino non accade. A nessun contadino/imprenditore verrebbe in mente di considerare quell’erbaccia sotto i suoi alberi o tra il suo grano come contributori della sua terra, come ricchezza ulteriore per il suo campo. Questo è davvero grottesco. I campi oggi hanno bisogni di integratori, di sostanze stupefacenti chimicamente prodotte per fare quello che in un bosco avviene con molta più semplicità, naturalezza e potenza. I campi sono come allevamenti intensivi di animali, in cui la debolezza della specie, debolezza indotta dalla povertà della terra, ha bisogno di medicine per sopravvivere, tutto questo non può fare altro che esporre queste specie a rischi di attacchi di specie selvatiche più forti o parassiti, ma non perché le specie selvatiche o i parassiti siano cattivi, ma perché in un ecosistema la specie debole, malata, muore, semplicemente. Ed i parassiti e le erbacce, prediligono le specie deboli.

Abbiamo perso il senso della misura, della misura umana dell’esistenza.

Abbiamo trasformato i nostri campi in vivai, manteniamo in vita ciò che non vivrebbe in un ecosistema accanendoci contro le leggi della natura. La nostra stessa esistenza è ormai sottratta all’ecosistema, a tal punto che una nostra scomparsa sarebbe irrilevante per l’ecosistema stesso, forse una benedizione!

Abbiamo affidato tutto alla tecnica, alla scienza della prevedibilità, spendiamo risorse e tempo in analisi, in processi di prevenzione, tutto assurdo, e ci siamo completamente dimenticati della nostra stessa natura, come se fossimo immortali.

Nel sottobosco invece trovi l’umiltà dell’essere vivente.

siamo un sottobosco farfallaLa semplicità di un dialogo tra una pianta ed un insetto nella loro sinergia. E’ tutto semplice. Non ci sono processi, ma solo accadere, puro accadere. Quanti di noi ringrazierebbero una sventura, ringrazierebbero un problema che incontrano.

Eppure tutto contribuisce alla nostra evoluzione, ma facciamo fatica ad accettarlo, ed è comprensibile, non è facile praticare l’accettazione.

Ho imparato che noi uomini siamo esseri profondamente dipendenti dagli altri esseri, è facile dimostrarlo, provate ad immaginare qualcosa che abbiamo che non provenga da qualcun altro, ebbene, non troverete nulla nella vostra vita da poter inserire in questa categoria, perché tutto ciò che abbiamo proviene da altri, ci è stato passato, in un modo o nell’altro, quindi questo dimostra che come esseri, non possiamo in nessun modo essere indipendenti, ciòè esistere senza altri, per fare qualsiasi cosa nella nostra vita abbiamo bisogno di altri, abbiamo bisogno di instaurare un qualche tipo di relazione. Persino il nostro nome e cognome derivano dall’idea di qualche altro essere umano. Questo per me è stupefacente perché implica davvero una presa di coscienza del fatto che non siamo per nulla padroni di ciò che può accaderci, di ciò che ci accade intorno, ma allo stesso tempo siamo padroni (ed è l’unico strumento che ci appartiene) della capacità di essere osservatori e di decidere come guardare l’esistenza, che senso dare alle cose.

Questa è l‘unica vera cosa che ci appartiene ed è l’unico campo in cui possiamo davvero essere padroni di noi e della nostra esistenza. Allora se guardiamo le cose in questo modo, ci rendiamo conto che la sinergia è innata in noi, che siamo esseri sinergici, interdipendenti, che solo restando connessi con tutto il creato intorno possiamo davvero realizzare la nostra natura, allora quell’umile muschio del sottobosco ci insegnerà questo e forse questa potrebbe essere la reale utilità della sua esistenza, quella di ricordarci che

anche noi siamo un sottobosco!

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Pubblicato in Blog di Marco Fortunato

Tags: agricoltura naturale, permacultura, relazioni

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