I sentimenti profondi.. comunicano ?

Comunicazione Primaria e Secondaria

due_maniTra due persone legate da profondi sentimenti si può stabilire un pericoloso gioco di specchi che vede l'emozione non espressa in modo adeguato, rimbalzare dall'una all'altra attraverso il circuito che si autoalimenta di agiti e induzioni.

La COMUNICAZIONE SECONDARIA appare caratterizzata dall'avere come contenuti convinzioni e valori.
All'interno delle relazioni affettive si finisce spesso per comunicare prevalentemente in questo modo, commettendo una sorta di peccato originale, le cui conseguenze appaiono spesso drammatiche.
Attenendosi soprattutto a ciò che è vero e ciò che è giusto si perde il genuino contatto relazionale, ecco come le persone finiscono spesso per vivere assieme, anche per decenni, come "perfetti estranei", il che accade sia all'interno dei rapporti di coppia sia dei rapporti tra genitori e figli.

Non di rado, quando le persone iniziano a parlare dei loro sentimenti, delle loro emozioni e dei loro bisogni esse rimangono interdette nel rendersi conto di ciò che anima il mondo interno dell'altro, di cui non avevano mai sospettato l'esistenza.

Ciò che è vero e ciò che è giusto appaiono perciò gli acerrimi nemici della relazione profonde.

Le verità e le cose importanti variano enormemente da individuo a individuo.

Quando la comunicazione secondaria domina, le persone coinvolte non riescono più a utilizzare il feedback proveniente dall'altro al fine di permettere la modulazione del proprio comportamento in base alla sua risposta: si perde, di conseguenza, l'elasticità necessaria a perseguire ciò che è utile alla relazione.

La comunicazione secondaria è per questo l'ingrediente fondamentale dei giochi senza fine, cioè di quei circoli viziosi relazionali e si rivelano pressoché irrisolvibili oltre che densi di sofferenza, nelle quali molte persone consumano l'intera esistenza.
Tra le regole del gioco compaiono quelle su come giocare ma non su come smettere.

Contrapposta a questo tipo di comunicazione è la COMUNICAZIONE PRIMARIA, imperniata emozioni e bisogni, ossia su ciò che si prova, sia esso piacevole o spiacevole, e su ciò di cui non si può fare a meno, sia che tale necessità sia soddisfatta o frustrata.
Per nutrire le buone relazioni occorre far prevalere il contrario di ciò che si è soliti fare in tribunale: se in tale ambito l'unica cosa che conta è ciò che è vero e ciò che è giusto, ossia i fatti realmente accaduti e quanto stabilito dalla legge, nelle relazioni ciò che conta sono ciò che si prova e ciò di cui si ha bisogno.
Se si continua a comunicare come se ci si trovasse in tribunale, si finisce per accusare e difendersi.
Ciò darà origine ad una escalation tra le due parti, che dovrebbe culminare in una sentenza e nella conseguente condanna, cosa che nessuno vuole subire: ecco perché si entra in un circolo vizioso potenzialmente senza fine e senza uscita.

La comunicazione secondaria si ricollega all'attività dell'emisfero sinistro, preposto all'elaborazione dei termini linguistici e quindi soprattutto delle convinzioni dei valori.

La comunicazione primaria si ricollega all'attività dell'emisfero destro, preposto all'elaborazione di stati d'animo e bisogni personali.

Il passaggio dalla comunicazione secondaria a quella primaria ha il potere di interrompere il circuito induzione-agito, rendendo superflua l'espressione indiretta dei propri stati d'animo interni, di cui è quindi possibile riappropriarsi a livello cosciente.
Il fine è comunicarli in modo adeguato all'altro, al fine di ricevere riconoscimento, accettazione e comprensione.

In ogni messaggio formulato in parole, si possono identificare due obiettivi :
- uno legato al suo contenuto
- l'altro legato alla relazione.

Quello legato al contenuto costituisce l'obiettivo manifesto, di regola consapevole e tradotto in parole, che chi parla intende raggiungere e che può essere meglio formulato in risposta alla domanda :
"Cosa mi aspetto lui/lei faccia, come conseguenza di ciò che gli sto dicendo?"

Quello legato alla relazione costituisce invece l'obiettivo latente, spesso non consapevole e in ogni caso non esplicitato a parole. Esso può essere meglio formulato in risposta alla domanda :
"Che ruolo e che posizione ricopro nei confronti dell'altro?
Cosa mi aspetto da lui?
Che ruolo e che posizione ricopre il mio interlocutore nei miei confronti?
Cosa si aspetta da me? "

Dietro queste domande giace, molto spesso silente e nell'ombra dell'inconsapevolezza, il bisogno di accoglimento.

Se il nostro corpo ha bisogno di cibo, acqua, riposo, la nostra psiche, almeno quella parte che vive di relazioni, ha bisogno di riconoscimento, accettazione e comprensione da parte degli altri significativi, per strutturarsi e sopravvivere.

La comunicazione secondaria, essendo costituita da ciò che, con grande probabilità,  appare diverso da persona a persona, ossia ciò che è vero e ciò che è giusto, potenzialmente allontana, fa sentire diversi, conduce al conflitto.

La comunicazione primaria avvicina, essendo costituita da ciò che è comune ad ogni essere umano.
Se i bisogni sono stabiliti geneticamente e quindi non dipendono dalla cultura, anche se questa stabilisce le modalità della loro soddisfazione, la gamma di emozioni fondamentali appare la stessa in ogni persona.

In presenza di un significativo problema relazionale, di coppia, amicale o lavorativa, con certezza matematica, possiamo riscontrare che le persone coinvolte si stanno arroccando, sempre più rigidamente, sulle rispettive posizioni, inflazionando così la comunicazione secondaria.
In tal modo evitano accuratamente di condividere ciò che per loro è più importante e condivisibile.
Cercare di risolvere il problema relazionale comunicando piano di ciò che è vero-falso, giusto-sbagliato, è come cercare di spegnere il fuoco gettandoci sopra della benzina.

Una vecchia storia racconta che l'inferno è un luogo dove i condannati si trovano attorno ad un tavolo imbandito, ricolmo di ottimi cibi di ogni natura. Tutti hanno le braccia legate in modo da impedire loro di piegarle per portare il cibo alla bocca e quindi sfamarsi. In seguito all’aumentare della frustrazione emerge la rabbia, che essi sfogano gli uni contro gli altri, picchiandosi con le posate che hanno in mano.
Il paradiso è un luogo in cui tutti beati si trovano, anche questa volta, attorno ad un tavolo imbandito, ricolmo di cibi di ogni natura. Anche qui tutti hanno le braccia legate in modo da non riuscire a portare il cibo alla bocca, la differenza è che ognuno imbocca chi gli  sta vicino, perciò tutti sono felici e contenti.

Il passaggio dalla comunicazione secondaria a quella primaria comporta, sul piano della relazione, un effetto analogo, basato sulla possibilità una profonda condivisione.
Com'è naturale attendersi, la comunicazione all'altro dei propri stati interni spiacevoli e dei propri bisogni frustrati diviene più accettabile se posta all'interno di una cornice positiva, costituita dalla comunicazione, prima di tutto, di emozioni piacevoli e di bisogni soddisfatti.
Il messaggio di fondo sarà "io sono ok, tu sei ok".

La comunicazione primaria, sia quella con se stessi sia e soprattutto quella con gli altri, va utilizzato in piccole dosi, altrimenti rischia di essere vissuta dall'altro come un inopportuno vuotare il sacco o come un'indebita irruzione nel suo mondo interno, un'irritante violazione della sua privacy.

La comunicazione primaria ha per la relazione caratteristiche simili a quelle che il sale a per il cibo: se la sua mancanza lo rende insipido, dal sapore non esaltato, il suo eccesso lo rende addirittura immangiabile. Comunicare continuamente le proprie emozioni e i propri bisogni rende l'altro sempre meno ricettivo.

D'altra parte, non comunicando per nulla questo livello profondo si può atrofizzare un canale di importanza fondamentale per la relazione, disattivando il quale essa finisce per avvizzirsi, proprio come una pianta lasciata per lungo tempo senz'acqua sotto il sole cocente.
Sarebbe come cercare di annaffiare una pianta dando acqua a foglie e rami: solo versando l'acqua direttamente sulle radici la pianta potrà averne quanto necessita.

La verbalizzazione degli stati interni spiacevoli è come aprire la scatola in cui essi si trovano imprigionati, a volte anche da decenni, permettendo in tal modo all'energia che le emozioni costituiscono, di liberarsi per assumere altre forme.

La comunicazione primaria può essere personale e riguardare quindi se stessi, i propri vissuti e i propri bisogni, oppure alterica e riguardare l'altro, i suoi, presunti, stati interni e bisogni.
Esempi di comunicazione primaria personale sono:
"Provo un senso di sconforto"
"Mi sento felice"
"Ho bisogno d'affetto".

La comunicazione primaria, soprattutto interpersonale, è tecnicamente molto semplice da attuare, ma spesso si rivela molto difficile da realizzare.

Semplice infatti non è sinonimo di facile.

comunicazione

Oltre a ciò, le convinzioni limitanti culturalmente diffuse, che riguardano le emozioni, rendono sempre più difficile l'utilizzo della comunicazione primaria.
Per gli uomini: "Se dico cosa provo, in speciale modo se si tratta di paura o incertezza, che figura ci faccio, del debole".
Per le donne: "Lui deve capire da solo, magari leggendomi nel pensiero, come mi sento".
Per entrambi: "Non si deve parlare, soprattutto di fronte ai bambini, di ciò che è negativo".
Se si equipara lo spiacevole, come appunto certi stati d'animo, a negativo, scatta immediatamente la trappola: non rimane altra scelta se non evitare di parlare di quelle emozioni.

I messaggi della comunicazione primaria mandano all’altro, due fondamentali messaggi:
"Mi sento forte, ecco cosa mi permette di aprirmi a te",
"Sei importante per me, ecco perché lo faccio".

Proprio chi è in grado di andare oltre il proprio senso di insicurezza e precarietà nei confronti dell'altro, chi è in grado di “fidarsi e affidarsi”  può concedersi il lusso della forza, quella che nasce dall'integrità personale e dall'autenticità dei sentimenti.

La comunicazione primaria alterica, il cui contenuto è rappresentato da ciò che l'altro proverebbe o penserebbe, può riflettere modelli diversi, adeguati e inadeguati in vista di una buona relazione interpersonale.

Quando parliamo di ciò che presumibilmente prova l'altro e dei suoi altrettanto presunti bisogni, lo facciamo spesso in modo paradossale, ossia come se le nostre percezioni e sensazioni fossero la verità.

Spesso accade di dire frasi come: "Tu sei arrabbiato con me" da cui è stata cancellato il fatto che si tratta di un'opinione personale, nei termini di:
"Io penso che ... ".

In questo modo la comunicazione primaria viene a trovarsi con-fusa con quella secondaria.
È un po' come mescolare due sostanze che non dovrebbero stare assieme, ma qual cosa provoca una sorta di reazione indesiderata.

Spostare il livello di comunicazione implica parlare del proprio mondo interno come tale, ossia parlare delle proprie sensazioni, impressioni, emozioni, sentimenti, piuttosto che spacciare le proprie impressioni e sensazioni per descrizioni obiettive di come stanno realmente le cose.
Quando ciò accade l'altro si dimostra alquanto contrariato, più di quanto non sarebbe se gli parlassimo semplicemente delle nostre verità e di ciò che è giusto per noi senza chiamare in causa il suo mondo interno, come se potessimo leggerli nel pensiero e nell'animo.
"Ho la sensazione che tu ti senta arrabbiato con me". In questo modo ciò che si ritiene vero non è che l'altro si senta effettivamente arrabbiato con noi, quanto piuttosto la nostra percezione sensoriale o impressione è che si senta così.
È importante quindi utilizzare il verbo sentire piuttosto che pensare, poiché mentre il secondo rimanda ad un presunto dato di fatto, il primo riconduce alla percezione soggettiva di chi parla, evitando così le sabbie mobili di una presunta verità.

Una formula ancora più utile per la relazione potrebbe essere:
"Sono preoccupato perché ho la sensazione che tu ti senta arrabbiato"
comunicando così attenzione sensibilità e interesse.

Una forma da evitare è “Tu mi fai sentire male perché sei arrabbiato con me
Un messaggio così suona come un’accusa, una colpevolizzazione all’orecchio del ricevente, che tenderà, perciò, ad opporre il suo rifiuto e di conseguenza a chiudersi.
Occorre comunque saper individuare i casi o i momenti in cui l’altro è disponibile alla comunicazione primaria.

Il potere positivo di trasformazione mostrato da riconoscimento accettazione si fonda su quello deteriore di disconferma e rifiuto.

Le forme più frequenti di disconferma sono:

  • Il negare. Non è vero che ha il paura.
  • Il minimizzare. Non è niente se alla paura.
  • Il banalizzare. Ma cosa vuoi che sia se hai paura, poi la paura ti passa.
  • Lo spiegare. Tu provi rabbia perché non sei leale.

Le forme più frequenti di rifiuto sono:

  • Il minacciare. Nel caso del genitore nei confronti del bambino: Se ti arrabbi sai cosa ti succede! Guai se ti arrabbi!
  • Il proibire. Non devi arrabbiarti.
  • Il confronto svalutante. Non sei bravo come Giovanni. Sei cattivo come Filippo.
  • Il giudizio di inadeguatezza sul modello se ... allora ... Se ti senti incerto allora non va bene.
  • Il beffeggiare. Provi timore come i bambini piccoli.
  • Il condannare direttamente. Fai male ad avere timore
  • Il condannare indirettamente, attraverso i comportamento che esprime l'emozione, nel caso del genitore nei confronti del bambino Non va bene se piangi.
  • Il colpevolizzare. Sei cattivo se provi rabbia! Nei confronti di un'emozione ritenuta inopportuna.
  • Il profetizzare. Se continui ad essere arrabbiato nessuno vorrà più starti vicino.

In tutti questi casi una convinzione o un valore sono opposte ad uno stato interno, in questo consiste l'essenza di disconferma e rifiuto, il che crea confusione.

L'Emozione non è né vera né falsa,
né buona né cattiva,

è quello che è,

ma nel momento in cui è giudicata inopportuna, riprovevole, negativa essa inizierà ad espandersi dietro le quinte della consapevolezza, fino a fare la sua comparsa sotto forma di un comportamento inadeguato o di una reazione indesiderabile.

Disconferme e rifiuto sono prima attuati da una figura significativa nel corso della nostra infanzia, almeno sul piano del vissuto personale, poi, man mano che si procede verso l'età adulta, ciò viene attuato da noi stessi in prima persona.

Nel momento in cui, in modo oculato, attuiamo il passaggio dalla comunicazione secondaria quella primaria, sottraiamo potenziale alla conflittualità. In questo caso, infatti, la forza delle emozioni dei bisogni cessa di alimentare le nostre verità e ciò che per noi è importante, spesso contrapposti alle verità dell'altro e a ciò che per lui o lei è importante.

Così i giochi senza fine possono essere finalmente interrotti.
La relazione può così svilupparsi, da quel momento in poi, in modo più conforme ai bisogni ed alla sensibilità emotiva delle persone coinvolte.

Nell'attuare il passaggio da un tipo di comunicazione all'altro occorre tenere accuratamente separati i generatori primari, emozioni e bisogni, da quelli secondari, valori e convinzioni, altrimenti gli effetti di tale miscuglio potranno rivelarsi catastrofici sul piano della relazione.
"Mi sento in colpa - stato interno - quando tu mi parli in questo modo ... dovresti parlarmi in modo diverso - valore - "
"Mi sento in colpa - stato interno - quando tu mi parli in questo modo ... lo fare perché ce l'hai con me - convinzione -"

Tutti sappiamo quanto sia difficile ascoltare una persona parlare di un problema - emozioni spiacevoli, bisogni frustrati - offrendo semplicemente la propria disponibilità ed evitando di commentare, fornire ipotetiche soluzioni, suggerire cosa sia opportuno fare, proibire di mettere in atto quei comportamenti che abbiamo battezzato come la causa del problema.

Difficile è soprattutto non parlare in termini di
"Tu dovresti / non dovresti ... -valore-" e
"Tu non puoi / potresti ... -convinzione-",
meta-comunicando: "Sei inadeguato!" alla persona a cui ci rivolgiamo.

Si potrebbe affermare che le strade dell'inferno delle relazioni sono lastricate con potresti, avresti potuto, dovresti, avresti dovuto, io farei se tu facessi, se tu facessi io farei ... e l'espressione di questo genere, basate cioè sulla successione di congiuntivi è condizionale oltre che del verbo dovere.

La cosa più importante per chi ci sta rendendo partecipi del suo problema è certamente sentire accolti propri bisogni frustrati e le proprie emozioni spiacevoli, il che non accade nel momento in cui ci sforziamo di risolvere il problema in questione, a meno che il problema non si ponga a livello pratico.

Dobbiamo tener presente il fatto che ciò che definiamo problema è costituito non già da situazioni esterne,  bensì da stati interni spiacevoli, che noi, implicitamente o esplicitamente, reputiamo essere l'effetto di ciò che fanno gli altri.
Se non si tiene conto di questo fatto, quando si cerca di risolvere il problema di chi intendiamo aiutare rischieremo paradossalmente di consolidarlo, focalizzandosi sul problema piuttosto che sulla persona che ne è afflitta.

Ciò non significa che quando si comunica sul piano di emozioni e bisogni non si debba prendere in considerazione alcun dato di realtà.
Occorre però che tali dati rimangano sul piano sensoriale:
"Mi sento in colpa quando mi dici che non ti ascolto mai. Ieri sono stato tutta la sera ad ascoltarti".
Il connettore tra l'espressione dello stato d'animo "Mi sento in colpa", e la puntualizzazione del comportamento dell'altro, "Mi dici che non ti ascolto mai", è costituito dal termine quando, clausola temporale, che riduce gli impliciti riguardanti la colpa, che sarebbero più evidenti se si usasse il termine perché. "Mi sento in colpa perché mi dici che non ti ascolto mai".

Nel puntualizzare comportamenti e situazioni indesiderati è necessario fare riferimento al livello del comportamento e delle capacità piuttosto che a quello dell'identità, utilizzando i verbi dire, fare piuttosto che essere.

Meccanismi tipici attraverso cui si attua una comunicazione disfunzionale sul piano della relazione sono il ribaltamento, l'incrocio e l'occultamento.

Il ribaltamento è costituito dal fatto che uno stato interno o un bisogno vengono espressi non direttamente, bensì attraverso una convinzione o un valore che riguarderebbero l'altro.

dito_accusaÈ il caso di chi è arrabbiato per le azioni maldestre dell'altro e invece di verbalizzare la propria rabbia afferma
"Sei un incapace (convinzione)"
oppure "Dovresti stare più attento (valore)"

Allo stesso modo una persona che ha bisogno di affetto potrà dire
"Non mi hai mai vicino (convinzione)"
oppure "Dovresti occuparti più di me (valore)".

Tale meccanismo crea un circuito che tende ad autoalimentarsi, nella misura in cui costituisce una sorta di agito piuttosto che di comunicazione emozionale adeguata, che induce l'altro a fare la stessa cosa.
Il ricevente sarà quindi indotto a rispondere con un altro ribaltamento e così via verso la totale incomprensione.

Nell'incrocio invece si condanna o proibisce un comportamento al posto dell'emozione che lo muove, come nel caso tipico della madre che dice al figlio "Non devi piangere" al posto di "Non devi avere paura" o "Non devi provare rabbia". Il ricevente tenderà “a buttare via il bambino con l'acqua sporca”, ossia a considerare rifiutato il comportamento in oggetto assieme allo stato interno.

Nell'occultamento accade che uno stato d'animo (metastato) derivato da un altro stato d'animo sottostante, impedisca a quest'ultimo di emergere alla consapevolezza attraverso le parole, appunto occultandolo, impedendo al proprio interlocutore di comprendere cosa stia realmente accadendo.
Tipico è il caso della rabbia.
Essendo la rabbia, di regola, derivata da uno stato emozionale che lo precede, come ad esempio il senso di impotenza, la sensazione di essere messi da parte, l'impressione di venire rifiutati, capita spesso che essa invada tutto il campo della consapevolezza impedendo allo stesso stato emozionale che ne è la causa di emergere e quindi di essere elaborato.

Al fine di ripulire la relazione in modo appropriato occorre quindi non solo esprimere la rabbia, che in qualità di stato d'animo emergente va comunque espressa per prima, ma anche lo stato d'animo sottostante da cui essa deriva, e che potrà richiedere un notevole sforzo introspezione nel caso in cui quest'ultimo risulti completamente coperto.

Vi sono casi in cui anche la comunicazione secondaria facilità la relazione, il che accade quando nella comunicazione si fa riferimento a convinzione valori strettamente legati alla relazione stessa, con l'intento di salvaguardarla.

Si tratta di messaggi del tipo, sul versante personale:
"Sono convinto di aver fatto tutto quello che potevo per andare d'accordo con te (convinzione)"
"Per me è importante che tu non mi serbi rancore (valore)"

Sul versante alterico
"Credo che in questo momento tu ce l'abbia con me (convinzione)"
"Credo che tu abbia bisogno di sentirmi vicino (valore)"
Soprattutto sul versante alterico, è importante preservare il beneficio del dubbio attraverso il "Credo che ..." comunicando un'ipotesi piuttosto che una sorta di verità.

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Pubblicato in Crescita Personale e Relazioni

Commenti   

0 # Anna 2016-04-17 11:53
Illuminante disamina sulla comunicazione e sulle sue trappole.... L'avessi Letta dieci anni fa - forse - mi sarei e avrei risparmiato molta sofferenza. Ho letto il leggibile, ma sono stata folgorata dalla chiarezza dell'esposizione ( forse sono finalmente matura per capire). Bel progetto, il vostro! Complimenti. AnnRo
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0 # Anna 2016-04-17 11:56
Illuminante l'articolo sulla comunicazione primaria e secondaria. L'avessi letto 10 anni fa mi sarei e avrei evitato molta sofferenza. Brutto incartarsi nella comunicazione secondaria, sembra impossibile venirne fuori.... Bravi, bellissimo progetto, il vostro
Annaro
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