L'importanza dell'accoglienza emotiva

Antonio Pietro e IsottaHo passato più di 30 anni della mia vita (oggi va molto meglio ma ancora ci sto lavorando) comandato e intrappolato da un senso di invisibilità massacrante e infantile.

Non mi sentivo capito e compreso da nessuno e quando mi mostravo per quello che pensavo di essere, mentre invece mi mostravo nel dolore in cui ero e a volte sono ingabbiato, non piacevo.

Venivo giudicato, criticato, non accolto nella mia sofferenza.

Lavorando con Gabriella e comprendendo gli schemi della mente via via nel percorso, mi resi conto, con profondo dolore e dispiacere, che la prima persona a non comprendermi, a cui non piacessi, che non mi accoglieva, che mi odiava, che non mi vedeva, che mi giudicava... ero io.

Qui a Tempo di Vivere ogni giorno scopro e mi confermo l'importanza dell'accoglienza emotiva, che passa attraverso il riconoscimento, la comprensione e l'accettazione.

Se io non riconosco che emozione spiacevole provo non posso accoglierla, se io non la comprendo non posso accoglierla, se io non la accetto non posso accoglierla.

Questo meccanismo interiore, che da anni cerco di assimilare profondamente, con la difficoltà che avrei dovuto impararlo da bambino e non a quasi quarant'anni, è per me importante farlo scattare sempre più spesso in me, solo così poi posso utilizzarlo nei confronti degli altri.

Ricordo una riunione intorno a Pietro, descritta molto bene da Gabriella in un vecchio scritto a due mani con me, in quel momento piansi di invidia e gioia.

Gioia che un bambino potesse chiedere a nonni, genitori e amici conviventi un momento di attenzione per farci sapere i suoi bisogni di giovane essere umano, invidia... perché io non sono stato quel bambino fortunato.

Io come quasi tutti sono stato frustrato nelle mie emozioni spiacevoli, nei miei bisogni.

Per il bambino c'è il causa-effetto, per l'adulto no.

L'adulto si dovrebbe bastare.

La cosa più preziosa e facilitante che ho qui a Tempo di Vivere è l'accoglienza e l'accettazione di Andrea nella sua completezza.

Questo non è sempre scontato neanche qui, poiché non ci sono solo le mie dinamiche, ma anche quelle degli altri e poi perché la perfezione non è di questa Terra.

L'impegno che metto nel lavorarci dentro di me, nel mettermi in discussione e poi in gioco fa parte di quello che qui chiamiamo "egoismo sano": lo faccio per me per poi star bene con me stesso e con gli altri.

Non posso pretendere di essere sempre compreso, visto, accettato, ma posso decidere di comprendermi, vedermi, accettarmi, amarmi ed accogliermi sempre più spesso.

Molto dipende da me, altrimenti resterei sempre schiavo dei comportamenti degli altri... e questo non è sano e non lo voglio... ho già dato ampiamente! :-)

Mi rendo, altresì, spesso conto di come mantenere un senso di realtà, comprendendo tutto ciò, non è un cazzo facile, ma restando convinto che è ciò che VOGLIO, trovo la forza di farlo sempre più spesso. 

 

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Pubblicato in Crescita Personale e Relazioni

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