Ama il tuo dolore

nonvedononsentononparlo“Ama il tuo dolore”

E’ una delle frasi che Gabriella mi ha detto la prima volta che sono andata fortemente in crisi qui a Tempo di Vivere. Erano i primi tempi. E già allora, pur comprendendo quello che voleva dirmi, mi era davvero difficile immaginare di riuscirci.
Oggi il dolore è stato più grande, il senso di sconfitta, abbandono, tradimento, impotenza mi hanno inondato come un fiume in piena e mi è parso impossibile, per alcuni giorni (che mi sono sembrati interminabili), poter amare quel dolore, potermene fare qualcosa di utile, poter vedere cosa stavo imparando e cosa stavo lasciando andare di dannoso.

Sono stati giorni bui per me quelli successivi alla partenza di Andrea, giorni in cui volevo solo non pensare e non sentire, giorni in cui ricordo che dicevo “fatico a tenere gli occhi aperti”.
Nel corso di Scollocamento Solidale che proponiamo, una delle slide cita:

Ciò che causa la sofferenza è la resistenza alla realtà..
e nonostante quello che “insegno” e studio, stavo esattamente facendo questo.. disconoscevo la realtà e le emozioni che provavo e pur di comprimere e tenere “al buio” il mio mondo interno, i pensieri, i sentimenti, mi sono ammalata.

E poi ho ricordato: ama il tuo dolore.

E Gabriella, stavolta più bruscamente di altre volte, mi ha stimolato a scendere in profondità, ad ascoltare quella parte di me che stavo imbavagliando e legando, ad affrontare la realtà dei fatti e delle emozioni.

E così ho fatto.

E’ stato doloroso. Tanto doloroso. Ed è stato riappacificante.

Mi sono permessa di ammettere tutto ciò che c’era, le emozioni contrastanti, il dolore per la perdita, la rabbia per l’inganno, la paura per la stabilità del gruppo, la sfiducia nelle mie capacità di osservazione e comprensione e tanto altro ancora.
Permettermi di lasciare uscire, guardare, comprendere quello che avevo dentro (mettendo da parte il giudizio che fino a quel momento mi stavo dando: “non puoi reagire così”, “è ingiustificato”, “non sei capace e non lo sei stata finora” e via così), ha trasformato quel dolore in accettazione.

Accettazione di quel che era accaduto, accettazione di quello che stavo provando, accettazione delle scelte di Andrea pur nella non condivisione, accettazione dei miei limiti, accettazione della mia capacità di poter utilizzare quest’esperienza come un grande insegnamento.

Sto imparando.

addioSto imparando che prima di accettare gli altri e muovermi nell’aiuto e nel sostegno di chi mi circonda, ho bisogno di accettare me stessa e darmi tutta l’empatia necessaria a sentirmi compresa.
Sto imparando che per volere autenticità, ho bisogno di darmene io, riconoscendo quello che davvero penso e provo, senza nascondermi dietro la maschera di razionalità e forza che spesso indosso.
Sto imparando che ho dei limiti, che non posso fare tutto e aiutare chiunque, che amare significa anche lasciare liberi di agire e forse, di sbagliare. Perché è proprio dagli errori, e oggi lo so meglio di ieri, che anche io ho imparato di più.
Ho imparato che lasciare andare è il più grande gesto d’amore che potessi donare a me e – proprio per la circolarità e reciprocità di cui tanto ho bisogno – potessi donare ad Andrea e al gruppo tutto.

Quest’esperienza ha messo in luce tutti i miei più grossi nodi emozionali e comportamentali.
Ha toccato il mio bisogno di attaccamento, il mio senso del sacrificio e della “missione”, il mio delirio di onnipotenza e la frustrazione della sconfitta conseguente, il mio bisogno di riconoscimento, radicamento, reciprocità e autenticità.

Forse la consapevolezza di questi nodi l’avevo già. Ciò che sta accadendo, nel dolore, mi dà la possibilità di viverli, di affrontarli, di ascoltarmi mentre mi annodo e – a volte con fatica, a volte con maggior naturalezza – mi “snodo”.

Sono finalmente grata a quest’esperienza e rendermi conto di quanto sto imparando mi permette di avere molto più chiaro l’obiettivo di crescita che mi sono posta. E forse, oggi, posso davvero dire che riesco ad amare il mio dolore.
Solo in esso trovo il senso e, quando non lo trovo immediatamente, so che lo comprenderò continuando ad accettarmi in quello che provo e penso.

Non è un cammino sempre facile, ma lo voglio fare. E tanto mi basta per essere serena.

Quest’ennesima prova, ha cementato ancora più saldamente dentro di me, la convinzione di essere nel posto che voglio, a fare e costruire il futuro che desidero.

 

Lasciar andare non significa non interessarsi,
ma smettere di credere di aver potere al posto degli altri.
Lasciar andare non significa fregarsene,
ma lasciare che l’esperienza sia consigliera, non le parole.
Lasciar andare non è vittimismo,
ma la profonda certezza che spesso gli effetti non dipendono da noi.
Lasciar andare non corrisponde ad una critica,
ma ad un atto di estrema fiducia.
Lasciar andare non è imporre nuove catene,
ma permettere alla libertà di ognuno di esprimersi.
Lasciar andare non è ancorarsi al passato,
ma vivere pienamente un nuovo futuro.
Lasciar andare non è un atto egoistico,
ma è il coraggio di scoprire il nuovo che si svela di fronte a noi.
Lasciare andare non è dominio e controllo,
ma un atto di fede perché la vita si sveli.
Lasciar andare non è cedere ai fardelli della vita,
ma credere che siamo nati per uno scopo elevato.
Lasciar andare non è soffrire,
ma permettere alla gioia di abitare in noi.
Lasciar andare non è di domani,
ma è di un oggi che aspetta di essere vissuto.
Lasciar andare… libera, purifica, migliora…
lasciare andare… è accogliere la gioia.

(Stephen Littleword)
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Pubblicato in Blog di Simona Straforini

Tags: crescita personale, gestione del conflitto, vivere insieme, relazioni

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