R.I.V.E. – Rete Italiana Villaggi Ecologici
La Rete italiana dei villaggi ecologici (Rive) è nata nel dicembre 1996 con lo scopo di far conoscere le esperienze comunitarie, ritenute fertili laboratori di sperimentazione sociale ed economica, dove è possibile da subito vivere l’utopia, per quanto in scala ridotta, di una società basata sulla solidarietà, la cooperazione e l’ecologia.
Alle Rete italiana dei villaggi ecologici appartengono esperienze comunitarie molto differenti tra loro per orientamento filosofico e organizzazione, ma tutte comunque ispirate a un modello di vita sostenibile dal punto di vista ecologico, spirituale, socioculturale ed economico, intendendo per sostenibilità l'attitudine di un gruppo umano a soddisfare i propri bisogni senza ridurre, ma anzi migliorando, le prospettive delle generazioni future.
Le comunità aderenti al Rive sono ecovillaggi a porte aperte, si richiede solo di concordare per tempo modalità e data della visita.
La RIVE aderisce al GEN - Global Ecovillage Network (rete Globale degli Ecovillaggi), che collega fra loro le esperienze più significative di insediamenti umani sostenibili in tutto il mondo, e collabora con numerose altre associazioni e reti nazionali che lavorano per una società sostenibile e un mondo migliore.
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Che cos'è un ecovillaggio
(articolo di Mimmo Tringale - AAM editrice Terranuova)
Il termine ecovillaggio è un neologismo mutuato dall’anglosassone “eco-village”, coniato per la prima volta da Robert e Diane Gilman che per primi utilizzarono tale termine nel volume Eco-villages and Susteinable Communities (edizioni The Gaia Trust, 1991). Qualche anno più tardi fu fondato il Global Ecovillages Network (Gen), una rete internazionale, cui aderiscono ecovillaggi presenti in tutti i continenti, e nel 1995, con il primo meeting ospitato nella storica comunità di Findhorn, in Scozia, il movimento degli ecovillaggi ricevette il suo battesimo ufficiale. La traduzione letterale del termine inglese non fa giustizia del significato più profondo del termine che forse sarebbe più corretto tradurre con “comunità intenzionale ecosostenibile”, questo perché quando si parla di ecovillaggio si intende una comunità caratterizzata da due elementi fondamentali: intenzionalità ed ecosostenibilità.
Per la Fellowship for Intentional Communities (Fic), una fondazione costituita in gran parte da rappresentanti degli ecovillaggi statunitensi, una comunità intenzionale è: “un gruppo di persone che hanno scelto di lavorare insieme con l’obiettivo di un ideale o una visione comune. La maggior parte delle comunità, anche se non tutte, condividono la terra o l’abitazione. Le comunità intenzionali possono essere di dimensioni e struttura organizzativa tra le più varie, così come i valori fondanti che possono essere: sociali, economici, spirituali, politici e/o ecologici. Possono essere rurali o urbane. In alcune, i membri alloggiano tutti in un’unica abitazione, in altre vivono in case separate. In alcune vi sono bambini, in altre no. Alcune comunità intenzionali sono laiche, altre di tipo spiccatamente spirituale, altre ancora pur essendo laiche sono caratterizzate da un orientamento spirituale più o meno spiccato.”
Per quanto riguarda la sostenibilità, anche se il termine ecovillaggio pone l’accento sull’aspetto ecologico, in realtà l’orientamento del Gen è di promuovere una sostenibilità a 360 gradi; come si legge nella Carta degli intenti della Rete Italiana Villaggi Ecologici (Rive), gli ecovillaggi: “si ispirano a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica, intendendo per sostenibilità l’attitudine di un gruppo umano a soddisfare i propri bisogni senza ridurre, ma anzi migliorando, le prospettive delle generazioni future”.
Vivere in un ecovillaggio
In una società profondamente individualistica, l’idea di vivere insieme condividendo professionalità, esperienze, affetti, risorse economiche e intellettuali certo meraviglia. Abituati a vivere le nostre vite in anonimi condomini, stupisce che sia possibile condividere fuori della cerchia ristretta dei legami parentali l’educazione dei propri figli, la preparazione dei pasti, le pulizie, il lavoro. Eppure si tratta di scelte che oltre a migliorare la qualità della vita, perché liberano il tempo e aumentano la socialità, portano a una riduzione sensibile dei costi economici e ambientali. Provate a immaginare quanti televisori, lavatrici, lavastoviglie, scaldabagni, automobili ci sono in un normale condominio. Se le stesse persone decidessero di “vivere in comunità” invece di dieci lavatrici, ne potrebbe bastare una, magari più capiente; e così per la caldaia, il televisore o la lavastoviglie e forse invece di dieci auto ne basterebbero tre o quattro. Questo è quanto avviene in numerose esperienze di cohausing, molto diffuse in Danimarca, Olanda e nei paesi scandinavi. Ma un ecovillaggio è qualcosa di più della semplice condivisione di uno spazio e di qualche elettrodomestico, si tratta di condividere una visione e sperimentare concretamente nel quotidiano uno stile di vita in armonia con la natura basato sui valori di solidarietà, partecipazione, ecosostenibilità e sobrietà. Provate a immaginare diciotto adulti di età e professionalità diverse: insegnanti, agronomi, ingegneri informatici, agricoltori, baristi, muratori che versano in una cassa comune i propri stipendi e poi una volta prelevato una “paga uguale per tutti” di 150 euro, utilizzano tutte le risorse per le spese comuni (spese mediche, educazioni dei bambini, trasporto, spese energetiche, cibo, abitazioni ecc.). Un’utopia? Eppure è quanto avviene nella Comune di Bagnaia, nei pressi di Siena. Provate a immaginare dei bambini che hanno la possibilità di crescere in compagnia di loro coetanei e con il sostegno anche di altri genitori adulti che a turno fanno da animatori fuori degli orari di scuola, e soprattutto che possono giocare nella natura con anatre, conigli, capre. Solo fantasia? No, è quanto avviene ogni giorno presso l’ecovillaggio di Torri Superiore, a Ventimiglia.
Eppure chi interpreta l’esperienza degli ecovillaggi come una sorta di fuga dalla società o come scelta individualistica si sbaglia. Dietro il vuoto di valori vomitato quotidianamente dalle tv, pubbliche e private, si nasconde un bisogno diffuso di una nuova socialità. Lo slogan:“Un mondo migliore è possibile: noi lo stiamo costruendo” coniato dalla Rive, in occasione del Social Forum Europeo del 2003, racchiude molto bene il contributo che l’esperienza degli ecovillaggi può offrire al processo di trasformazione della società. E l’interesse crescente per il movimento degli ecovillaggi è una prova concreta di questo desiderio di cambiamento. Giovani e meno giovani, singoli e coppie, lavoratori e disoccupati, baby pensionati, ma anche professionisti e imprenditori: l’idea dell’ecovillaggio sembra coinvolgere in maniera trasversale fasce generazionali, strati sociali ed esperienze d’impegno politico e sociale più diverse e convogliare i desideri, i bisogni e le fantasie più disparate. Gran parte delle telefonate o delle e-mail che giungono alla redazione del mensile Aam Terra Nuova, che materialmente ospita lo sportello informativo della Rive, denunciano un profondo disagio esistenziale e insieme il desiderio di cambiare la propria vita, nella direzione di una nuova socialità e, sempre più spesso, di un lavoro più gratificante in un luogo, o in una dimensione, il più possibile vicino alla natura. Nonostante tutte le apparenze di questi anni di disimpegno e di omogeneizzazione del pensiero, la prospettiva di investire la propria vita nell’assurdo ritornello: “lavora-consuma-produci-crepa” sembra affascinare sempre meno.
“Sono felicemente sposato da quattro anni e padre da due - mi confessava Gianni M. di Milano, qualche giorno fa - ma l’idea di passare tutta la mia vita nel mio bellissimo appartamento, senza nessuno rapporto con i vicini e con l’unica prospettiva di aspettare le ferie e qualche ponte per uscire dalla routine quotidiana mi fa capire che ho sbagliato qualcosa. L’idea dell’ecovillaggio mi piace perché penso sia una dimensione più umana soprattutto per i bambini che in questa società hanno sempre meno spazio.”
“Mi sono laureata in ingegneria lo scorso anno - racconta Lucia B. di Napoli - ma non ho nessuna intenzione di mettere il mio sapere nelle mani di qualche multinazionale o di qualche azienda privata che pur di vedere crescere i propri utili è disposta a devastare l’ambiente. Mi piacerebbe potere lavorare a favore non contro la natura e possibilmente in un contesto di confronto e di collaborazione con altre persone. Non sopporto il clima competitivo che si respira nel mondo del lavoro convenzionale. Ho vissuto per due mesi nella comunità di Findhorn e assaporato il piacere di lavorare in armonia e con piacere.”.
“Voglio svegliarmi la mattina e incontrare facce amiche - scrive Marta C. di Urbino in un’accorata e-mail - e soprattutto andare a letto la sera con la coscienza serena di aver fatto qualcosa di utile per il pianeta. Mi sembra assurdo consumare la mia vita e le mie energie per acquistare l’auto, poi la casa, poi la villetta al mare. Mi piacerebbe costruire, insieme ad altri, qualcosa di utile per le generazioni che seguiranno”.
Queste sono alcune delle numerose testimonianze del diffuso bisogno di un “mondo migliore”, mondo migliore che molti vedono realizzati negli oltre tre mila ecovillaggi presenti oramai in tutto il pianeta senza distinzione di continenti e paesi, cui vanno aggiunti almeno un altro migliaio di realtà non censite.
Come si vive negli ecovillaggi ?
L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è il continente americano, dove si contano almeno 2000 comunità, il 90 per cento delle quali situate negli Stati Uniti, con un numero di membri stimano intorno alle 100.000 persone. In Gran Bretagna e Irlanda sono segnalate circa 250 comunità con 5000 membri. In Germania sono oltre cento, in Francia 33, nei Paesi Bassi 13, nei paesi scandinavi circa 28. In Spagna e Portagallo 23 in tutto.
Dal punto di vista numerico, il panorama italiano degli ecovillaggi è in linea con quello di altri paesi mediterranei. Alla Rete Italiana Villaggi Ecologici aderiscono oggi una ventina di realtà, cui vanno aggiunti cinque-sei progetti, cioè comunità in via di formazione, e almeno altre dieci realtà che non aderiscono alla rete. Se si analizzano i diversi modelli di ecovillaggi esistenti in Italia e nel mondo si possono trovare numerose linee comuni, ma anche molte differenze. Questo perché non esiste un modello standard, ogni esperienza si conforma intorno alla storia, alle ispirazioni e alle esperienze del gruppo promotore. E molto spesso, la stessa struttura organizzativa e persino i principi ispiratori possono modificarsi nel tempo.
Principi ispiratori
Vi sono ecovillaggi nati con l’obiettivo preciso di ridare vita ad un vecchio borgo abbandonato, nel rispetto dei valori architettonici e ambientali originari; ed ecovillaggi sorti intorno all’idea di sperimentare un modello sociale alternativo basato sui principi della solidarietà e della nonviolenza. Altri sono legati ad una scelta di vita spirituale, spesso fuori dai dogmi delle religioni istituzionalizzate; altri ancora si sono formati per sperimentare un modello di società a basso impatto ambientale basato sulla riduzione dei consumi e l’autosufficienza. Infine in non poche comunità si assiste ad una fusione di uno o più orientamenti.
Collocazione e dimensioni
Per quanto riguarda la collocazione territoriale e le dimensioni, la maggior parte delle realtà sono di tipo rurale e con l’eccezione di Nomadelfia e Damanhur, i cui membri residenti superano nel primo caso il numero di 300 e nel secondo 650, la maggior parte degli ecovillaggi contano mediamente da 10 a 20 membri.
Economia
Nella maggior parte dei casi la proprietà dei beni (terreni, edifici, mezzi di produzione) è comune. Tutti i membri (sia quelli che svolgono un’attività lavorativa fuori dalla comunità, sia quelli che lavorano all’interno) versano i proventi del proprio lavoro in una cassa comune. In alcuni casi, la comunità provvede alle spese generali (vitto, manutenzione abitazioni, riscaldamento, auto, ecc.) e in più assicura ad ogni membro una paga mensile uguale per tutti, senza distinzione delle mansioni svolte dentro o fuori della comunità. Questa regola di base, presenta varianti più o meno significative a seconda dei casi. Vi sono ecovillaggi dove esiste un sistema di retribuzione differenziato a seconda dell’attività svolta, ma poi vi è un sistema di “tassazione” che in qualche modo ridistribuisce la ricchezza; in altri vige un regime misto.
Lavoro
In genere, alcuni membri lavorano all’interno (agricoltura, ospitalità, organizzazione di corsi e seminari, artigianato, ecc.) altri svolgono professioni convenzionali fuori dalla comunità. Per i membri che lavorano al di fuori della comunità le ore di lavoro sono quelle richieste dalla professione svolta, per i lavori all’interno della comunità, la giornata lavorativa è di solito quella classica di otto ore. La sensazione generale è che nelle comunità l’impegno lavorativo è maggiore (scordatevi di lavorare dalle 8 alle 14 come accade per qualche impiego statale), ma vissuto in maniera più gratificante; anche perché tra gli obiettivi di base c’è il proposito di vivere il lavoro, come espressione della propria creatività più che come obbligo. Tant’è vero che in molte realtà, lo spazio del lavoro si “confonde” spesso con quello del tempo libero, anche perché prima o poi ognuno riesce comunque a inventarsi un’attività affine ai propri interessi. Vi sono poi tutta una serie di impegni che riguardano la gestione generale della comunità (preparazione dei pasti, amministrazione, manutenzione o autocostruzione dei locali, attività sociali, ospitalità, ecc.) che sono ripartite in maniera paritaria tra tutti i membri e che spesso si traducono in una riduzione del carico di lavoro individuale, basta pensare all’educazione dei bambini (in genere tutti i membri della comunità se ne prendono carico) o alla preparazione dei pasti (in genere comuni) o alla pulizia della casa. Anche la presenza di volontari, contribuisce a ridurre il carico di lavoro. Grazie alla maggiore organizzazione e alla condivisione di alcune mansioni, nelle realtà più consolidate dal punto di vista economico, si cerca di aumentare gli spazi dedicati a viaggi, scambi di ospitalità con altre comunità, arte e cultura. Ma anche in questo caso esiste una grande varietà di situazioni.
Governo
Nella maggior parte delle comunità le decisioni importanti vengono prese con il metodo del consenso e per la risoluzione dei conflitti sono interpellati facilitatori o mediatori esterni. In genere, nessuna decisione rilevante viene presa senza l’unanimità. Quando questo non avviene vi è comunque un sistema di governo molto partecipato e orizzontale che va oltre alla tradizionale dinamica maggioranza-minoranza.
Famiglia e educazione dei bambini
Nelle comunità ritroviamo, in piccolo, un’articolazione affettiva abbastanza tradizionale: ci sono singoli e coppie con o senza bambini. In qualche modo la coppia o la famiglia continua ad essere un punto di riferimento, ma viene vissuta con una maggiore apertura verso l’esterno. Di diverso è anche l’aiuto e il sostegno che la coppia o il singolo genitore con bambini riceve dall’intera comunità. Nella maggior parte dei casi l’educazione dei bambini è affidata direttamente ai genitori. Nelle comunità più piccole sono utilizzate le strutture educative (scuole materne, elementari e superiori) esterne. Nelle realtà più numerose vi sono esempi di scuole interne autogestite ispirate a modelli non competitivi e antiautoritari.
Affettività e sessualità
La grande affettività e familiarità tra i diversi membri è certamente uno degli aspetti più interessante della comunità. Nella stragrande maggioranza dei casi, la sessualità viene vissuta in modo privato all’interno della coppia. Esistono tentativi molto avanzati (Zegg in Germania) di superare la coppia tradizionale, ma si tratta di sperimentazioni sporadiche e poco diffuse. In ogni caso, nella maggior parte delle comunità vige una completa parità tra i sessi a livello decisionale, di mansioni, responsabilità e trattamento economico.
Come conoscere da vicino un ecovillaggio ?
Tutti gli ecovillaggi che appartengono alla rete italiana sono a “porte aperte”, nel senso che è possibile visitarli, concordando ovviamente con loro date e modalità della visita. Più complesso è il percorso per farne parte perché richiede un processo di “avvicinamento” che serve per verificare la vicinanza di comportamenti e idee tra il candidato e il nucleo residente.
Ogni comunità ha le sue modalità di adesione, e quindi il modo migliore è contattare le singole realtà, prima di pensare all'adesione ad un progetto specifico è comunque consigliabile documentarsi e visitare un certo numero di comunità in Italia e all'estero per avere un'idea più completa possibile delal vita in ecovillaggio.
Fonte : articolo di Mimmo Tringale - AAM editrice Terranuova (link)
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