Chi fa da sé, fa per tre?

Ieri sera abbiamo organizzato una presentazione del nostro progetto di Scollocamento Solidale. Da scollocati, quali siamo, è quasi naturale parlare di noi, delle nostre scelte ed esperienze. Questi argomenti suscitano, la maggior parte delle volte, interesse, curiosità e confronto. Così è accaduto anche ieri sera, e così è accaduto anche che ci ritroviamo qui a pensare alla difficoltà che incontriamo nel tentativo di descrivere a parole un sentito e un vissuto, così sfaccettato, da poter essere interpretato ed etichettato come perfezione, come menzogna, come presunzione, o come volontà di apparire.

Probabilmente, se fossimo seduti noi ad ascoltare chi sta descrivendo la sua esperienza con toni di soddisfazione e di entusiasmo, parlandoci di felicità, fiducia, reciprocità, rispetto, collaborazione, utilizzando solo parole positive, ci domanderemmo quanto c’è di vero, quanto è possibile che questo accada, visto che nella nostra esperienza non ne abbiamo degli esempi, o penseremmo a cosa ci viene nascosto.

emozioniLa difficoltà sta proprio nel descrivere i passaggi che sono avvenuti e avvengono nella nostra esperienza di vita a stretto contatto con l’altro. Accade molto spesso di reagire, fare pensieri accusatori, sentirci feriti o non compresi. Ci capita di avere paura, di essere assaliti dai dubbi, di sentirci usati, affaticati e impotenti.

Tutto questo è umano e naturale, capitava prima e capita oggi.

La differenza sta nell’allenamento :-) che, proprio per la vita che abbiamo scelto, mettiamo in atto dal momento in cui apriamo gli occhi la mattina. Sappiamo che accadrà, ci ascoltiamo mentre accade, e lo accettiamo come parte della nostra esperienza di crescita. Spesso riusciamo a trasformare tutto questo in qualcosa di utile a noi e al gruppo; altre volte no.

Scendiamo nel pratico, facciamo un esempio.

 

Ci arrabbiamo! E in quei momenti entriamo in giudizio.

vaffaUn anno fa, i nostri cerchi emozionali, che ci siamo impegnati a fare settimanalmente e nonostante ciò, spesso rimandiamo, duravano intere giornate, e spesso si chiudevano con sonori “vaffanc..” e porte che sbattevano. Seguivano giornate di confronti a due o tre di pettegolezzo che, in alcuni casi, alimentavano il malessere e il nervosismo, in altri riuscivano a sedare rabbia e risentimento, ma solo fino alla volta successiva.

Tutto ciò ci portava da un lato, dolore, insoddisfazione e frustrazione, accompagnati dal pensiero “Chi me lo fa fare?!”.

Dall’altro, la riconferma della volontà di riuscire a mettere alla base della nostra relazione con gli altri, la fiducia che ciò che accadeva, pur nel dolore, non aveva la finalità di ferire, ma semplicemente era manifestazione di altrettanto disagio, paure inespresse, senso di insicurezza.

 

Oggi, queste stesse sensazioni e pensieri, si fanno vivi ugualmente minando la nostra serenità.

Che cosa è cambiato allora?

Abbiamo fatto di quegli errori (di comportamento e di pensiero) la nostra nuova esperienza. Ci siamo esercitati quotidianamente a comunicare in maniera efficace, ad accettare il feedback, spesso riuscendo a rimanere in silenzio per poi rielaborare le affermazioni degli altri, ad accogliere il dolore che emerge dalle aspettative deluse, a sospendere il giudizio negativo del classico “sei fai così, vuol dire che..”.

La maggior parte delle volte, ci impegniamo a indossare i panni dell’altro, a guardare le cose dal suo punto di vista, mettendoci di fianco, “se fai così, può voler dire questo, ma anche quello o quell’altro ancora.. “ e scegliamo che la cosa migliore è confrontarsi per chiarirsi, accettando come vere le risposte dell’altro. Dove non riusciamo a far questo, ci sono ancora i “gruppetti”, ma sono scomparsi i “pettegolezzi” ed è cresciuta la volontà di influenzarci, come allora, ma in modo costruttivo, accettando come possibili i punti di vista diversi dai nostri.

Non stiamo affatto dicendo che sia facile e spontaneo, non pensiamo di essere più bravi di altri, accettiamo il fatto che non ci riusciamo sempre, non ci sentiamo né perfetti, né tantomeno arrivati, ma quello che sappiamo e di cui siamo orgogliosi, è che lo mettiamo in pratica costantemente e che tutto questo impegno (sforzo), è ricompensato dall’arricchimento individuale che diventa l’arricchimento di tutti e del nostro stesso progetto.

dubbioLa difficoltà di cui parlavamo all’inizio, sta proprio nel trasmettere i mille moti emotivi che stanno dietro ad ogni azione e ad ogni comportamento in ogni minuto della giornata. Di qualsiasi cosa si parli, che viene visto come un fatto a se stante, è in realtà il risultato di mille passaggi, sia di consapevolezza che di agito, che partono dalla profonda volontà di arrivare a costruire relazioni solide, autentiche e durature, che ci arricchiscono, ci sostengono e ci permettono di affidarci gli uni agli altri.

Condizionati come siamo dal proverbio, che ci è stato proprio rimandato ieri sera, “chi fa da sé, fa per tre”, il credere di potersi affidare agli altri è sicuramente il passaggio più difficile. Come affermiamo nella nostra Visione, siamo convinti che l’esempio pratico sia l’unico mezzo per facilitare questo percorso di crescita che ha come obiettivo il proprio benessere.

FacebookTwitterGoogle BookmarksLinkedinRSS Feed Pin It

Pubblicato in Cronache dall'ecovillaggio

Tags: crescita personale, gestione del conflitto, vivere insieme, scollocamento solidale, comunicazione non violenta, relazioni, cambiamento

Aggiungi commento

Accetto il trattamento dei dati




Anti-spam: complete the taskJoomla CAPTCHA

Seguici anche via email

* campi obbligatori