Ciò che l'orto non dice

Se non di sfuggita, in punta di piedi per mano alla nonna Ines in tenerissima età, non ci ero mai entrata, nell’orto.

“Orto” mi ha sempre risuonato come territorio esclusivo di abili mani, di anziani contadini chini a seminare e raccogliere, investimento di tempo di dubbia utilità, immagini sfuocate di qualcosa di estraneo, di troppo concreto e palpabile per me.

Entrare nella terra la vedevo come una cosa d’altri e ad ogni mio timido tentativo di avvicinarmi anche solo ai miei vasetti di aromatiche, aveva dato solo incostanza, incuria e fallimenti.

Entrare nella terra.

Quasi premonitivo il velato suggerimento di un mio insegnante di Naturopatia una decina di anni fa… Avvicinarmi alla terra. Toccarla. Si, entrarci.

Quando Gian Carlo, Olmontano ora, è approdato a TDV con la proposta di darci una mano per la coltivazione di parte del nostro fabbisogno alimentare, nel tratto argilloso e arido del versante ovest della nostra collina, non mi sono sentita coinvolta né particolarmente interessata a contribuire con la mia presenza e col mio tempo. Non mi sentivo in alcun modo portata verso questo aspetto della vita in Ecovillaggio.

Di conseguenza non ho partecipato ai suoi incontri, non ho frequentato i suoi corsi, non ho letto nessuna delle numerose copie del suo libro che da mesi gravitavano a casa, non gli ho fatto domande. In poche parole, non ho aperto le porte.

Ma nonostante questo, nonostante la mia riluttanza e nonostante non sentissi il richiamo della terra o meglio: credessi di non sentirlo, qualcosa mi ha condotta Luana e Isotta 800x449là in mezzo, in un soleggiato pomeriggio di fine marzo, seduta sulla morbida pacciamatura da poco disposta da Gian e dai ragazzi in stage, con Katia e la Tottina al seguito.

Il compito era semplice. Aprire con cura un piccolo varco nel fieno fino a raggiungere la terra sottostante, creare un buchetto, inserire un paio di semini, ricoprire il terreno e infilare lì vicino un bastoncino di qualche decina di centimetri. Nessuna curiosità, in realtà, sul perché stessimo facendo questo…nessuna domanda, nessuna ipotesi… semplicemente giocare e ridere, respirare la primavera in arrivo e seguire le indicazioni lasciate da lui durante la sua assenza.

Il filare di fagiolini creato quel giorno e nei pochi giorni a venire era storto e disordinato, con un’ansa nella zona centrale nata dal tentativo di evitare un piccolo rialzo del terreno. Lo definiamo creativo, con bonaria tolleranza.

Tutto il resto dell’orto che nei mesi ha preso vita era un ordinatissimo disporsi di piantine, fiori, colori…e poi, lì in mezzo, i nostri “tornanti” di piantine di fagiolini!!

Seme dopo seme, in quei giorni, ha avuto inizio per me la Svolta.

È iniziato il mio personale e intimo inserimento nella comunità apportando e scoprendo man mano qualcosa in più di me e delle mie passioni.

Se fino a poco prima, alla domanda “Quali sono le tue passioni?”, ero solita ricercare le risposte nel conosciuto, nel passato, nel consueto (e da lì: lo shiatsu, la medicina naturale e poco altro) ora si apriva il mio sguardo su qualcosa di inedito, di nuovo e inaspettato.

Con mia grande sorpresa, in quell’orto amavo ritornarci.

Spontaneo e guidato dal cuore, ogni mio ritorno su quel fazzoletto di terra in discesa, dapprima coperto da un semplice manto di soffice fieno che sembrava preservarne l’anima.

Nei mesi a venire, poi, la coltre morbida lasciava scorgere la vita che si manifesta: piante di diverso colore, dalle foglie così differenti tra loro nella forma, nella consistenza, nel profumo, nell’emanazione.

Spesso era poco dopo l’alba, il mio nuovo appuntamento. Mi preparavo con cura, esercizi, yoga, meditazione, e con la luce negli occhi scendevo le scale e mi dirigevo a un centinaio di metri da casa, costeggiando i Thermocompost, fin su al punto di uscita dell’acqua del laghetto. Iniziare la giornata nel fresco dell’orto, in quel silenzio, coi piedi nudi che affondavano nella pacciamatura percependo ancora l’umidità della rugiada della notte, era qualcosa che definirei quasi poesia.

Mai stata abituata ad essere scalza, mai a mio agio a piedi nudi in verità, lì nell’orto la prima cosa di cui sentivo la necessità era di togliere di mezzo quella barriera tra la mia pelle e il suolo, e sentivo da subito il radicamento e la connessione tra me e lei. La Terra.

sunsetA volte era invece all’imbrunire, l’appuntamento. La giornata ormai quasi volta al termine, lasciavo alle spalle le tensioni e le preoccupazioni che vivevo, godendomi il lavoro carezzata dal colore del tramonto che solo chi è stato da noi alla Bombanella può comprendere… Gli ultimi raggi del sole e il calore del suolo, ora.

In entrambi i momenti, al mio arrivo lo sguardo dall’alto si posava fiero su ogni dettaglio, su ogni cambiamento rispetto al giorno prima, cogliendone i bisogni per organizzare il lavoro.

Spesso c’era già Ermanno al mio arrivo. Un rapido scambio di sguardi ci faceva silenziosamente accordare su come muoversi, poche le parole scambiate nella mattinata, tanta invece l’attenzione e la cura. La cosa curiosa è che, per lo più, io non avevo la minima idea di cosa fosse, ciò di cui mi stavo prendendo cura… A volte chiedevo: “Manno, chi sono queste??”. Lui sorrideva e, di volta in volta me ne ricordava il nome.

Capitava però che semplicemente io restassi in silenzio, nel distribuire i pochi secondi di acqua ad ogni piantina, ad occhi chiusi. Era sorprendente come ciò che mi “arrivava” fosse diverso, da pianta a pianta. Anche senza ricordarne il nome, quindi, col tempo imparavo a riconoscerne direi l’essenza. Era un contatto profondo, un contatto che sapeva di comunicazione e di scambio e ne uscivo ogni volta sorpresa e nutrita.

pomodori

Il nutrimento che poi ne derivava, in estate inoltrata, è stato anch’esso motivo di sorpresa e gioia nuova per me. Cogliere i frutti che la pianta dona, frutti fatti di sostanza e di vita, arricchiti dai pochi secondi dedicati d’acqua ma anche dagli sguardi, dal contatto e dalla cura.

E lì, nella dimensione del prendermi cura, il mio trovarmi perfettamente a mio agio.

Non solo. Più volte ho sorriso tra me nel riconoscere l’affinità tra il lavoro che per tanti anni ho svolto, nell’assistenza domiciliare, e questa nuova forma di “cura” e di “domiciliarità”. Anche qui entravo, di volta in volta, nello spazio individuale di quella creatura dedicandole cura, nutrimento e attenzione, per poi uscire dal suo “campo” ed entrare nuova e diversa in quello successivo.

 

Le indicazioni che il metodo di Coltivazione Elementare di G.Carlo propone

sono di totale rispetto e accoglienza dell’altro nelle sue manifestazioni,

anche laddove l’antico buon senso suggerirebbe la soppressione,

l’estirpazione e i nutrimenti artificiali,

proprio come la medicina allopatica

che ho sempre meno frequentato ed approvato

a favore di un rapporto esclusivo essere vivente-essere vivente.

 

Il risultato delle cure, qui, dà vita a una reciprocità fatta di nutrimento reale, di scambio di informazioni e intenti che genera una ciclicità di dare-avere che forse, nelle attività mie precedenti non potevano aver luogo se non nello spazio del desiderio e del sogno.

Ora invece ci siamo, le basi sono state create e seppure in una realtà fisica differente, ciò che abbiamo raccolto sta per dare di nuovo vita alla vita.

germoglio

 

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Pubblicato in Blog di Luana Bramè

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