In comunità, l'altro è sempre specchio di sé

Le giornate qui a Tempo Di Vivere si svolgono diversamente da quanto ero abituato fino a pochi mesi fa.

Nella mancanza di ritmi prestabiliti, di orari imposti da qualcuno “più in alto” e di compiti assegnati gerarchicamente, pure il tempo scorre diversamente e assume tutt’altro significato dalla concezione tradizionale con la quale ci rapportiamo ad esso.

Se dovessi scegliere una sola parola per definire questa nuova e particolare concezione della vita è: “auto responsabilizzazione”. Non siamo abituati a prenderci la responsabilità delle nostre scelte, delle nostre azioni… e delle nostre emozioni.

In questo contesto, è cambiato il modo con cui ho a che fare con me stesso.

Se il rapporto con me stesso è cambiato, quello con “gli altri” ha fatto altrettanto.

Non soltanto nella nuova mentalità con la quale mi approccio al prossimo, ma anche materialmente per le condizioni di vita che la comunità comporta. Nel modo di vivere a cui ero abituato prima (qualcuno di noi la chiama “la vecchia vita” o “l’altra vita”, io la chiamo “Babilonia”) possiamo decidere con chi rapportarci quotidianamente: ad eccezione della famiglia con la quale viviamo, e in parte dell’ambiente lavorativo (nel quale possiamo comunque mantenere i rapporti ad un livello esclusivamente professionale), per il resto possiamo scegliere chi vedere, chi sentire, con chi interagire. Se l’atteggiamento di un’amica o di un amico ci infastidisce, se una compagnia ci annoia, se la/il partner disattende le nostre aspettative, possiamo decidere di evitare di avere a che fare con quella persona finché non ci sentiamo di nuovo pronti. Tendenzialmente, ci inventiamo una scusa (spesso raccontandocela più a noi stessi che agli altri…) ed evitiamo il conflitto.

Conflitto con gli altri.

Conflitto con sé.

In comunità, questo non è possibile.

In comunità si è in costante relazione con tutti i membri: gli spazi comuni, i pasti condivisi, le attività da svolgere insieme. Nell’auto responsabilità i ruoli vengono meno: siamo tutti fratelli e sorelle, amici e amiche, “colleghi” di lavoro, madri e padri, figlie e figli… tutto quanto nello stesso momento, tutti i giorni, tutto il giorno.

È una sensazione bella, appagante, di completezza. Personalmente, la vivo veramente bene.

Ma è anche una condizione faticosa.

Perché spesso c’è armonia, amore, allegria, sostegno, comprensione: mi sento profondamente nutrito da tutto ciò… ma ci sono anche atteggiamenti, abitudini, credenze dell’altro in contrasto con le mie e che possono darmi fastidio, o persino farmi arrabbiare.

In comunità non si possono evitare i conflitti. Non posso fare finta di niente, chiudermi in me stesso ed evitare la persona con cui sono in conflitto: non posso “scappare”.

mik sofiaUn buon metodo è sicuramente condividere con l’altro il proprio disagio, ascoltare l’altro punto di vista e cercare insieme una “soluzione”.

Mai tenersi dentro le emozioni sgradevoli: il non-detto è distruttivo e logora velocemente. Così sono entrato in una mentalità di accoglienza e accettazione, perché quanto detto finora vale anche per gli altri nello stesso modo. Ho ascoltato l’altro senza giudizio e mi sono messo nei suoi panni.

È in quel momento che mi è successo qualcosa di rivoluzionario.

Mi sono reso conto che proviamo tutti le stesse emozioni, che “funzioniamo” tutti nello stesso modo, abbiamo solo storie diverse. Che non c’è un giusto o sbagliato, ma solo punti di vista, e che tutto è in relazione.

Conseguentemente, ho capito che ciò che di sgradevole e “sbagliato” vedo nell’altro, in realtà è lo specchio di qualcosa che ho dentro.

Non è l’altro a farmi stare male, il male me lo porto già dentro: l’azione del prossimo non fa altro che tirarmelo fuori e sbattermelo in faccia.

Questa è auto responsabilizzazione: soltanto IO sono responsabile delle emozioni che IO provo. Non l’altro.

L’altro è sempre specchio di me. In comunità, questa lezione la si impara velocemente.

Perciò, invece che pensare come sono sempre stato abituato che ci sia qualcosa di sbagliato negli altri, mi sono trovato a domandarmi: perché questa cosa mi aggancia? Perché mi fa male? Perché mi risuona così tanto?

E, ovviamente, la risposta è soltanto dentro di me. Non è mai in mano agli altri.

È una mia responsabilità.

Così è iniziata una nuova ricerca: dentro di me, sempre più a fondo, a fare i conti con tutto ciò da cui ero fuggito fino a quel momento, a cercare una strada che non ho mai percorso perché mi spaventava troppo. Fatico a descrivere a parole qualcosa che si vive più con il cuore che con la mente: nel cercare di dare una definizione alle emozioni finirei per levare alle stesse la loro potenza e sminuirne l’importanza, perciò, più che tentare di trasmettervele, vi auguro di poterle vivere pienamente.

La comunità ha gli strumenti per aiutare in questa ricerca, in questo percorso. Ma ciò non alleggerisce il carico. Il carico è sulle mie spalle: la responsabilità è liberatoria, ma faticosa. È una strada difficile che comporta grandi rivelazioni e altrettante sofferenze.

Non è facile. Non è piacevole. Fare i conti con se stessi, a volte, è tanto, tanto faticoso.

mik ragazzi 640x480Però, durante il percorso, ho visto me stesso cambiare: ho visto il mondo con occhi nuovi, le cose hanno assunto un diverso significato, perché sono io ad essere cambiato. Cresciuto. Ho una consapevolezza infinitamente superiore delle mie emozioni, e ora le vivo con grande gioia e gratitudine, anche nella sofferenza.

Non saprei dire se la vita in comunità sia più “piacevole” di quella in Babilonia: mi sento però di dire che, di sicuro, qui in comunità trovo più piacere nel vivere. Vedo tanta bellezza tutti i giorni, sono più consapevole di ciò che provo, non sento l’incombere del tempo, bensì lo apprezzo e lo ringrazio.

Quello comunitario è un bellissimo percorso che mi arricchisce, mi nutre, mi fa crescere e mi dà tanta gioia di vivere, di essere e di fare.

È un’esperienza fantastica.

Ma non sempre facile.

Bella, ma faticosa.

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Pubblicato in Cronache dall'ecovillaggio

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