Mi chiamo Gabriele, ho 36 anni e 2 orecchini

Mi chiamo Gabriele, ho 36 anni, 2 orecchini, uno per lobo, uno a forma di cerchio a destra e l'altro fatto di piume su quello di sinistra, porto i capelli lunghi da tanto tempo, ho 5 tatuaggi e un ciondolo d'ambra messicano che ogni giorno sbatacchia leggero sul mio petto. Ho abitato in tre grandi città e viaggiato quanto più possibile. Mi piace camminare, la musica indie, i tramonti, il vento e fare foto.
Sto bene quando le persone mi parlano di sé, di quello che provano, di quello che sentono.
Mi sento calmo, a mio agio mentre le ascolto in silenzio.
Tra pochi giorni diventerò padre.
Vivo in ecovillaggio, a Tempo di Vivere, da tre mesi e oggi.... sono felice.

Gabriele Adalgisa sguardiL'estate scorsa, di questi tempi, non immaginavo che nell'arco di un solo anno la mia vita e quella di Ady, mia moglie, sarebbero potute cambiare in modo così profondo, radicale.

In quel periodo ero immerso in una vita non del tutto mia. Non ero infelice e non ero neanche felice. Mi mancava qualcosa.
Forse, ora che ci penso, in quel periodo e chissà da quanto tempo, in qualche modo mi mancavo io.

Tre mesi fa in piena gravidanza, un mattino di sole io e Ady ci siamo svegliati presto, abbiamo svuotato il piccolo bilocale in affitto sulla prima circonvallazione nel quale abitavamo da 4 anni, caricato un furgone intero con ricordi e speranze e siamo partiti alla volta dell'Appennino, senza avere un'idea davvero precisa di che cosa avremmo trovato una volta arrivati qui.

Quella mattina abbiamo mollato la città, molte abitudini, in qualche modo il lavoro, anni intensi di 'non voglio ma devo' e 'vorrei ma non posso', le sicurezze e le incertezze di questi tempi ultramoderni e decadenti e poi mobili, vestiti e con essi tante paure e zavorre antiche e recenti.
Poi, dopo mille curve, in piena notte, siamo arrivati qui e, da quel momento, piano piano, giorno dopo giorno, stiamo imparando a trovare NOI.

La scorsa primavera abbiamo scoperto questa comunità intenzionale, questo manipolo di visionari fuori dagli schemi, pieni amore e concretezza, un po' per caso.
Avevamo deciso di lasciare Milano e stavamo, un po' timidamente, cominciando a guardarci intorno. Sapevamo di voler vivere in un posto bello non troppo lontano, immersi nella natura e nella calma, con l'aria pulita, dove poter vedere il cielo con le stelle, respirare tranquilli e, magari, imparare a coltivare relazioni più sane. Non sapevamo bene dove lo avremmo trovato.

Gabriele barbaQuel giorno eravamo in macchina sulle colline modenesi per dare una prima occhiata veloce a qualche casale della zona. Mentre ci spostavamo indecisi da un rudere all'altro mi sentivo molto confuso, avevo l'impressione che i nostri sogni non ci avrebbero sostenuti abbastanza, non quanto i dubbi che continuavano a placarli.
Io e Ady sapevamo di voler iniziare a vivere una vita diversa ma non sapevamo da dove avremmo potuto cominciare.

Poi, quel giorno, una calda domenica di aprile, siamo capitati a Tempo di Vivere. Appunto, un po' per caso. E qualcosa è cambiato.

Lì abbiamo incontrato persone nuove che facevano cose nuove, che stavano provando a vivere diversamente, e che ci stavano riuscendo, in modo autonomo e libero, senza capi né rigore, senza collidere con il sistema ma provando, piuttosto, nella misura del possibile e senza tensioni, a evitarlo. O, quantomeno, a metterlo serenamente in discussione.
Abbiamo incontrato persone leggere e creative, tenere, audaci e consapevoli.
Libere. Persone abitate più dalla gioia che dalla rabbia. E dalla speranza.
Erano come noi ed erano diverse da noi.
Quel giorno mi sono sentito felice. Non sentivo più che eravamo soli.

Gabriele viaggioA Tempo di Vivere, quel giorno, osservando quelle persone, ho pensato, per la prima volta nella mia vita che per vivere una vita diversa forse non era così necessario aspettare che il mondo intorno a me cambiasse.
No. Forse era sufficiente crearne uno diverso.
Subito. E abitarlo. Al più presto.

Quel giorno abbiamo parlato di coltivazione elementare, di vaccini e di speranza.
Poi siamo tornati altre volte, e abbiamo parlato di consapevolezza, di scelte e di fiducia.
Poi siamo tornati ancora e ancora e abbiamo parlato di schemi, di paura e di visioni.
Poi della Via del cerchio, dell'ascolto empatico, di sociocrazia e di accettazione.
E ancora di comunicazione non violenta, di autenticità e di liberazione.
E abbiamo parlato di amore.

Ed è di questo in fondo che mi sembra di parlare da tre mesi a questa parte.
Da quando siamo venuti a vivere qui.
Di fiducia, di accettazione e, soprattutto, di amore.
A prescindere. Qui e ora.

Mi chiamo Gabriele, ho 36 anni, sto per diventare padre, vivo in ecovillaggio da tre mesi e ora...sono felice.

Chiudo con una citazione di Manitonquat, una di quelle cose lette nei suoi libri e che ancora ora mi danno i brividi.
Mi sembra che rappresenti bene questa mia nuova vita.

“Il mondo può essere cambiato e possiamo farlo! Non con i movimenti di massa o rivoluzioni, promulgando altre leggi, costruendo altre prigioni, separandoci e isolandoci. Ma avvicinandoci l'un l'altro, buttando giù quei muri che abbiamo innalzato intorno a noi per la nostra sicurezza. Prendendoci il rischio di uscire allo scoperto, di esporci in prima persona. Perché quando butto giù il mio muro, butto giù anche il tuo. Così alla fine siamo solo due esseri umani insieme, pronti ad ascoltarci e a condividere i nostri desideri e le nostre paure, la disperazione, l'imbarazzo e la vergogna, le gioie e le soddisfazioni. Allora stiamo cominciando a guarire”

Gabriele

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Pubblicato in Cronache dall'ecovillaggio

Tags: vivere insieme, genitori e figli, relazioni, cambiamento

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