Non vi sopporto!

Vivere a stretto contatto con altre persone non è semplice.

Una volta alla settimana qui a Tempo di Vivere ci riuniamo per fare un cerchio emozionale dove condividiamo col gruppo il nostro stato d’animo, cosa ci passa per la testa o, semplicemente, cerchiamo di affrontare eventuali sospesi con qualcuno.
Qualche giorno fa, durante un cerchio, abbiamo affrontato il momento di difficoltà di uno di noi e tra i vari spunti, Gabriella ha detto “potrebbe essere che a volte, pur sapendo tutto il bene che ci unisce, tu possa non sopportarci.. è normale.. accettalo”.

In quel momento la mia testa si è fermata, ha preso quella frase e l’ha ripetuta più volte in modo quasi meccanico, finché ho capito, con sorpresa, che questa cosa succede anche a me.

Sì, ci sono delle volte che sento di non sopportare i miei compagni di viaggio e di vita, quegli stessi che amo con tutto il cuore, quegli stessi che sento far parte di me in modo indissolubile.. eppure mi accade di non tollerarli e, per non far discriminazioni, cosa che troverei sgarbata, provo la stessa sensazione proprio verso tutti!!!

amore-e-odioLa mia nuova consapevolezza mi ha portato a cercare di capire cosa accade in me in quei momenti, rasserenato dal sapere di non essere il solo.

Il problema è vivere due sensazioni contrastanti: da una parte una forte intolleranza e dall’altra l’impossibilità di accettarla e la sua conseguente negazione.

Il primo sentimento che emerge è quello dell’autocolpevolizzazione, mi sembra impossibile non sopportare proprio nessuno. Successivamente emerge quel condizionamento che mi porta a credere sia anche un comportamento socialmente poco accettabile.

In seguito cresce il disagio: com’è possibile amare una persona e poi non sopportarla? È una contraddizione evidente e in quanto tale non riesco ad accettarla.

Poco dopo, affiora la pesantezza della sensazione: Tempo di vivere è una comunità intenzionale, risulta difficile nascondersi, quello che si prova traspare e quando mi assale quel senso d’intolleranza verso chi mi sta accanto, condividere gli stessi spazi non è per nulla facile. Vivo costantemente di fronte a degli specchi che mi rimandano un’immagine di me che stento a riconoscere e non voglio accettare.

giudiceA questo punto, interpreto ogni comportamento dell’altro in modo negativo, per trovare conferme che quello che provo è “giusto” … la mia testa mi trascina a giustificare il mio malumore dando colpe all’esterno.

È una lotta tra due parti, una che mi mostra ciò che provo e l’altra che lo giudica, cercando di seppellirlo.. e io rimango schiacciato in mezzo, cercando di capire quale delle due abbia ragione.

È qui che inizia la faticosa ricerca di una via d’uscita, il primo passo è quello di ricordarmi che non esiste una sola verità, non c’è chi ha ragione o chi ha torto, ma solo quello che provo e l’unico esercizio reale da fare è accoglierlo.

Sembra banale, ma accettare i miei sentimenti, soprattutto se spiacevoli, è l’unico modo per uscire dal circolo vizioso in cui cado e poter comprendere ciò che realmente mi accade mi permette d’iniziare a trasformarlo in modo costruttivo.

Quando sono nella situazione di non sopportare gli altri, spesso e volentieri c’è qualcosa in me che non mi piace e non voglio vedere, per questo, come autodifesa, butto inconsciamente tutto all’esterno.

Spesso sono io il più grande giudice di me stesso. Mi rendo conto che non farmi trascinare da questa parte è forse il percorso più arduo da compiere verso una reale crescita personale. Voglio imparare a vivere ciò che sono senza giudizio, solo così posso iniziare a comprendere i meccanismi che mi muovono in certi momenti e da questo porre le basi per una relazione più costruttiva con gli altri e, soprattutto, con me stesso.

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Pubblicato in Blog di Ermanno Salvini

Tags: crescita personale, gestione del conflitto, vivere insieme, comunicazione non violenta, relazioni

messaggio globale  italiano

Nicoletta
Bella l'ultima affermazione.. ".voglio imparare a vivere ciò che sono senza giudizio.." Ma come riuscirci? :-? Ciao Nicoletta
caterina
La stessa cosa capita anche a chi vive una situazione affettiva e organizzativa tradizionale, di coppia, capita col mio compagno, capita con la figlia, ma capisco che quello che mi da più insofferenza e che mi fa star male è perché solleva in me qualcosa che io ho che non va..... è su quello che c'è da lavorare. Ciao Caterina

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