Relazioniamoci con noi stessi con Empatia

Faccio il counselor da quasi 30 anni, uno dei primi insegnamenti che ho ricevuto e anche una delle cose che mi è rimasta più impressa riguarda come Carl Rogers descrive l’impatto dell’empatia su coloro che la ricevono: 

“Quando… qualcuno ti ascolta davvero, senza giudicarti, senza cercare di prendersi la responsabilità per te, senza cercare di plasmarti. Ti senti tremendamente bene. …Quando sei stato ascoltato e udito. Sei in grado di percepire il tuo mondo in modo nuovo e andare avanti. È sorprendente il modo in cui problemi che sembravano insolubili diventano risolvibili quando qualcuno ascolta. Quando si viene ascoltati ed intesi, situazioni confuse che sembravano irrimediabili si trasformano in ruscelli che scorrono relativamente limpidi”

Nella professione di counselor comprendere questo concetto è essenziale ma, prima ancora di essere in grado di dare empatia agli altri, è necessario imparare a fare la stessa cosa con noi stessi, imparare a donarcela.

ABBRACCIOEmpatia significa anzitutto connessione con il proprio mondo interiore, con le emozioni che proviamo. Da questa percezione intima e dall'accettazione di ogni emozione provata, la nostra empatia può trarre le informazioni giuste per svilupparsi.

Il primo passo è sostituire la violenza con l’empatia nel modo in cui, momento per momento, valutiamo noi stessi. Purtroppo, spesso, siamo stati educati a valutare noi stessi in modi che ci spingono più ad odiarci che ad amarci. 

Vogliamo che ogni cosa che facciamo arricchisca la nostra vita, la renda migliore e ci faccia evolvere, per questo è importante imparare a valutare eventi e situazioni come esperienze dalle quali apprendere e scegliere di accettare gli errori che inevitabilmente commettiamo, come insegnamenti utili al fine che desideriamo.

Quando, dopo aver “sbagliato”, le frasi che rivolgiamo a noi stessi sono del tipo: “Come ho potuto fare una cosa del genere?” “Come al solito ho sbagliato, c’è qualcosa che non va in me!” “Faccio sempre dei gran casini!” “Sono un vero idiota, un vero egoista!”, non ci stiamo accogliendo con empatia.

Che senso ha combattere sé stessi? Dove ci può portare un atteggiamento simile? A farci male, ad allontanarci dalla prima vera persona che dobbiamo accettare, rispettare e aiutare: noi stessi.

Forse siamo stati educati attraverso il giudizio severo e rigido dalle figure di riferimento (genitori, nonni, insegnanti) e, ciò che facciamo rappresenta, per noi, un errore o una forma di cattiveria, che deve avere come conseguenza, una punizione (auto-ammonizione) e l’espiare le nostre colpe attraverso la sofferenza che, peraltro, meritiamo!

È davvero terribile vedere come tanti di noi provano, spesso, odio verso se stessi invece di apprezzare gli errori commessi, che mostrano limiti da superare, che guidano verso la crescita e una miglior autoimmagine (autostima)!

Sarebbe magnifico se il cambiamento fosse stimolato dal desiderio di arricchire la nostra vita e non, come avviene, da energie distruttive come senso di colpa e vergogna!

Quando il modo in cui giudichiamo noi stessi porta a vergognarci e, per questo motivo, modifichiamo il nostro comportamento, stiamo permettendo che la nostra crescita e il nostro apprendimento siano stimolati dalla paura e dall’odio. 

La vergogna è una forma di odio verso noi stessi e ciò che facciamo in reazione ad essa non è mai libero e gioioso. 

Vergogna, senso di colpa e mancanza di libertà (di scelta) sono sostenute dal verbo “dovere”. Quando diciamo “Avrei dovuto saperlo” “Non avrei dovuto fare questo” ci stiamo impedendo di imparare, ci togliamo ogni possibilità, perché il verbo dovere implica “NON avere scelta”

Solo tre categorie di persone DEVONO, sono i prigionieri, gli schiavi e i bambini!

Il verbo dovere è un’imposizione, una forma di tirannia anche quando arriva dal nostro mondo interno! 

Ciascuno parte da dov’è, dice la filosofia cinese. 

Per poter andare in qualunque direzione voluta è necessario prendere atto di dove si è, di chi si è e da li, muovere i primi passi del cammino. 

Rifiutare un errore, rinnegare una situazione, combattere una propria emozione è una guerra con noi stessi. 

Saper accettare non vuol dire rassegnazione, ma resilienza, non vuol dire gettare la spugna, ma prepararsi ad agire, non vuol dire rimanere fermi, ma preparare le basi da cui spiccare il volo. 

Dall’accettazione fisica di una nostra caratteristica, che ci hanno insegnato a chiamare difetto, all’accettazione di un tratto del nostro carattere, che hanno definito problema… siamo quello che siamo e siamo arrivati dove siamo oggi, da qui si riparte, non ci si ferma, da qui il nuovo inizio...

Non importa cosa ho fatto fino a ieri, gli errori commessi, le cose non capite, i comportamenti sbagliati, l’amore perso, le occasioni lasciate andare… è il passato e ciò che oggi resta nella nostra mente sono solo pensieri, niente di reale, solo pensieri, una realtà ricostruita su cui non si può fare più nulla.

Invece davanti a noi abbiamo il resto della nostra vita, fatta di possibilità, di scelte ancora da compiere, un mondo di possibilità da realizzare.

Accettare è un atto emotivo, non razionale.

Accettare non vuol dire capire, vuol dire prendere con sé con amore, stringere a sé, portare con sé, come parte di un tutto. Capire è solo il primo passo, ma non basta. Posso capire tutto, ma non lasciar andare. Posso capire, ma non comprendere (prendere con sé).

È arrivato per tutti noi il momento di abbracciarci, di guardare, prima di tutto, a noi stessi per rispettarci e amarci. 

Fedeli a se stessi è il motto

Diventare i migliori alleati di sé stessi è l’obiettivo

 

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Pubblicato in Verso la Felicità

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