Ho bisogno di... me.

Ho bisogno di me

Non accetto l’idea di sentirmi “malata”… mi infilo nel letto e inizio a piangere sconfitta.

La nostra camera da letto è al primo piano, proprio sopra quella che chiamiamo “sala salotto”, la stanza dove i bimbi giocano, dove ci riuniamo a guardare i film , dove alla vigilia i miei cuccioli prepareranno latte e biscotti per Babbo Natale per poi scartare gli attesi regali… la vita scorre sotto di me, le voci mi arrivano distanti, mi sembra di essere sospesa nella bolla spaziotemporale di una realtà che non mi appartiene.

Il dolore si è leggermente attenuato, è una nota di base che mi accompagna mandando di tanto in tanto dei picchi che mi fanno piegare su me stessa, ma che sono molto meno prolungati di prima. Riesco a dormire sdraiata, ma devo stare attenta a non girarmi di fianco.

SolitudineLe notti sono lunghe e agitate, quando arrivo all'apice della sofferenza, mi dico che forse morire non sarebbe poi così brutto, poi allontano il pensiero perché mi appare l'immagine dei miei bimbi, l'idea del dolore che dovrebbero affrontare, il pensiero che forse Totta non si ricorderebbe della mamma... e poi c'è Ermanno, lo vedo bellissimo e forte, so con quale intensità è capace di amare, il pensiero che un'altra donna potrebbe essere al suo fianco brucia e scava dentro... no, è inaccettabile, è troppo!

Nel buio voglio smettere di sentire questa sofferenza, infilo gli auricolari e cerco di liberare la mente da queste immagini, provo a entrare in meditazione, ma appena il male si affievolisce sento le guance bagnarsi.

Sto prendendo l’ibuprofene ad alto dosaggio e il kuzu come gastroprotettore (non ho osato sostituire l’antiinfiammatorio, ma l’omeprazolo almeno l’ho tolto), per aiutare stomaco e intestino ho iniziato a mangiare solo crema di riso integrale... scendo a prepararmela da sola, non voglio dare noia a nessuno.  

Ho sempre la sensazione che Ermanno mi eviti e che per gli altri il mio star male sia motivo di fastidio e disagio… Ogni tanto Simona prova ad avvicinarsi, a chiedermi come sto e la mia risposta va sempre e solo sull’elenco e la descrizione dei miei sintomi, del mio dolore fisico, non riesco (o forse non voglio) andare oltre.

Mi sforzo per esserci, per non far sentire ai bimbi la mia assenza, le energie sono al minimo, voglio preservarle per loro, per il loro Natale, ogni volta che risalgo in camera sento la necessità quasi di chiedere scusa.

Il 25 arriva e arrivano i primi ospiti, siamo in molti e io mi sento un’aliena. La mia cera non è delle migliori, mi sento spezzata in due: da un lato vorrei rimanere, godere di quel calore, di quei sorrisi, delle chiacchiere, dall’altro vorrei scappare, rintanarmi sotto alle coperte, rimpicciolirmi fino a sparire.

Quando vado troppo oltre il mio corpo mi richiama indietro intensificando il dolore e il senso di costrizione e il giudice dentro di me mi punta il dito contro minaccioso: “Cosa credi di fare?!? Lo vedi che non sei in grado di dare una mano a sparecchiare! Cosa credi, di poter aiutare a lavare il bagno?!?”… mi sento una bimba rimproverata che china il capo davanti a un padre sovrastante e imperativo.

Il 26 è già qui, devo tornare al Pronto Soccorso per il controllo, è arrivata anche mia suocera con mia cognata e Tommy, mio nipote. Restano solo un giorno e mio marito vuole goderseli, se da un lato comprendo, dall’altro l’idea che non sia lui ad accompagnarmi fa salire il mio senso di abbandono, non oso chiedere ad altri, alla fine trovo il coraggio e lo domando ad Antonio. Sono incerta, imbarazzata e arrabbiata con me stessa perché non sopporto l’idea di sentirmi così debole e fragile.

Mi lascia in sala di attesa, gli dico di andare pure, lo richiamerò io alla fine della visita.

ascoltamiSono di nuovo sola con un corpo che urla e che non sento più mio.

Mi fanno entrare dopo un po’, il medico, lo stesso della prima volta, ricontrolla l’ecocardiogramma: il liquido se n’è andato quasi del tutto… adesso la mia sintomatologia lo lascia perplesso, il dolore non è più giustificato da quello e il suo perdurare lo insospettisce, mi rimanda dal radiologo. Il referto arriva dopo più di mezzora, il dottore lo guarda e mi fa sedere, il tono è serio, ma, nuovamente, rassicurante: ho una polmonite che ha intaccato tutto il lobo inferiore del polmone sinistro e la lastra mette in evidenza un massiccio versamento pleurico nello sfondato costodiaframmatico più un versamento "a camicia" che parte dalla settima costa. Mi fa vedere la foto: il mio polmone sinistro è ventilato per metà, tutta la parte sotto è bianca! Pazzesco che l’ossigenzione non ne abbia risentito, ancora più assurdo che il microrganismo sia arrivato fino a lì senza trovare resistenze e senza provocare sintomi respiratori…

Se il versamento pericardico prima e quello pleurico poi non mi avessero dato il forte disagio del dolore probabilmente la situazione sarebbe evoluta in qualcosa di difficilmente recuperabile!!! 

Necessito di una terapia antibiotica ad alto dosaggio, di antiinfiammatori e di diuretici per ridurre il liquido, mi propone anche degli antidolorifici che rifiuto.

Esco dall’ospedale da un lato sollevata perché la situazione cardiaca è rientrata e perché onestamente temevo qualcosa di peggio, invece è “solo” un’infezione, estesa, vero, ma un’infezione… dall’altro lato una voce dentro di me inizia a sussurrare: “Sei proprio sicura che non ci siano stati sintomi ad avvertirti PRIMA di arrivare a ridurti così? Cosa non vuoi SENTIRE?”

rinascereAl rientro voglio fermarmi un po’ con gli altri, è lì che scambio le prime chiacchiere con Samuele (ndr S.Reina). Quest’anno ha deciso di passare le feste lontano dalla famiglia ed è venuto da noi. Parlare con lui mi mette a mio agio, mi sento accolta, compresa. E’ un erborista e un naturopata eccezionale, uno dei pochi rimasti ad avere un laboratorio in cui produce da sé la maggior parte dei prodotti che vende, ma quello che mi colpisce di più di lui è la sua limpidezza, la calma che trasmette.

Ci confrontiamo, a lungo, gli chiedo consiglio, gli porto il mio senso di inadeguatezza, gli confido le mie paure, la rabbia perché non ho saputo comprendere, perché sono indecisa sul da farsi, perché l'idea di assumere farmaci mi fa tremare.

Lui mi dice con un sorriso dolcissimo che tutto si può guarire, e che la cosa fondamentale è rispettarsi, accogliersi. Se in questo momento la paura che provo è tale da non permettermi di arrivare al mio centro, allora è meglio prendere quelle medicine e farlo con lo spirito di chi ha deciso di prendersi cura di sé, di medicare prima il corpo per poi, con più tranquillità, andare ad ascoltarsi in modo pulito.

Le sue parole sono un balsamo che lenisce il bruciore di una ferita profonda.

E' il primo istante di un’amicizia che nel tempo ha trovato sempre più concretezza e profondità nonostante la distanza fisica.

Guardo mio marito che scherza con i bambini e parla con la sua famiglia, non l’ho mai sentito così distante, vorrei attirare la sua attenzione, chiedergli semplicemente di esserci, ma l’ogoglio me lo impedisce: non voglio mi viva come un peso, non voglio pensi che mi stia lagnando.

Mi sembrano distratti anche gli altri, chi preso dalle faccende, chi a chiacchierare con gli ospiti. Dentro di me sale una vocina che mi sussurra: “Bel gruppo che ti sei scelta! Stai male e nemmeno ti guardano in faccia!

Ho bisogno di me... Eppure, dopo la chiacchierata con Samu sento che qualcosa di diverso dal solito senso di inadeguatezza e ingiustizia si sta facendo strada.

Continuo a percepirmi fuori luogo e distante da ciò che mi circonda, ma inizio a comprendere che se questa sensazione alberga dentro di me è pressoché impossibile che io riesca a sentire qualcun altro vicino!

Mi guardo attorno, ogni cosa sta assumendo un colore diverso, sento ancora il senso di colpa che bussa da dentro, ma decido che il primo passo da fare verso me stessa è cominciare ad ascoltare il mio corpo che in questo momento mi chiede riposo.

Saluto tutti e torno in camera, ho bisogno di calma, di buio… ho bisogno di me.

  1. Leggi cos'è successo all'inizio (1/3): Ho 46 anni... e ho avuto paura di morire
  2. ... cos'è successo dopo ... (2/3): La malattia e il senso di sconfitta
  3. E com'è finita (3/3): Ho scelto di Vivere

 

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Pubblicato in Blog di Katia Prati

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