Ho scelto di Vivere

Liberati

Se il versamento pericardico prima e quello pleurico poi non mi avessero dato il forte disagio del dolore, probabilmente, la situazione sarebbe evoluta in qualcosa di difficilmente recuperabile!!! 

Samuele mi dice con un sorriso dolcissimo che tutto si può guarire, e che la cosa fondamentale è rispettarsi, accogliersi. Se in questo momento la paura che provo è tale da non permettermi di arrivare al mio centro, allora è meglio prendere quelle medicine e farlo con lo spirito di chi ha deciso di prendersi cura di sé, di medicare prima il corpo per poi, con più tranquillità, andare ad ascoltarsi in modo pulito.

Le sue parole sono un balsamo che lenisce il bruciore di una ferita profonda.

Dopo il confronto con Samu, tutto mi appare in una prospettiva diversa: Ce la posso fare!

Prendo l’antibiotico come prescritto (due tipi differenti ad alto dosaggio per  dieci giorni), il mio corpo non è più abituato alla chimica e sento che patisce l’aggressione, ma dentro di me so che in questo momento preciso della mia esistenza non sono in grado di superare il dolore da sola. Ciò che mi supporta e mi dà forza è l’idea che sto comunque scegliendo, sto scegliendo di non cedere, sto accogliendo i miei limiti senza però arrendermi a essi.

AccogliereChiamo Milena e Soili, le persone che mi hanno maggiormente accompagnata nel mio percorso di studi in naturopatia e nella vita comunitaria durante l’anno passato in LUMEN, mi fido di loro, del loro intendere la naturopatia come Vita a 360 gradi… come sempre mi sento compresa e accompagnata.

Decido di proseguire fino in fondo la terapia farmacologica antibiotica, ma di supportare il mio corpo in questo passaggio con i rimedi naturali, l’alimentazione e la meditazione.

Per tutto il periodo della prescrizione medica la crema di riso integrale con l’aggiunta di fermentati probiotici alleggerisce l’impegno energetico del mio fisico e sostiene l’intestino. Mi depuro dall’eccesso di tossine con i clisteri e sostengo il mio percorso con meditazioni e mantra che mi aiutano ad andare oltre la paura e il dolore.

Il recupero è lento, ne sono consapevole, ma mi sento come se mi stessi arrampicando lungo le pareti di una montagna che nasce da una valle buia e si erge verso una luce benefica… lo faccio con forza rinnovata nonostante la malattia.

Il corpo è ancora debole, ma mentre mi muovo verso l’alto, è tutto il mio Essere a emergere.

Alla visita di controllo di gennaio la terapia viene prolungata di altri sette giorni, il polmone è in netto recupero e i parametri si stanno normalizzando.

Io mi sento nettamente meglio, anche se il dolore è costante e si fa sentire soprattutto la notte o quando riemergono quelle parti di me che mi colpevolizzano per il “poco fare” e che mi spingono a non ascoltare il mio bisogno di riposo e quiete.

Sono voci odiose, che giocano su schemi instaurati nel tempo, che mi fanno dimenticare che sono io il centro del mio mondo, che non c’è ieri o domani, c’è solo l’adesso e ciò che sono e di cui necessito proprio in questo momento.

senso di abbandonoLa notte è il momento in cui il contatto con me stessa si fa più profondo, e via via mi arrendo… la resa non è sconfitta, è accoglienza di ciò che è ora… metto gli auricolari con i miei mantra, respiro, ascolto l’aria che si diffonde nei miei polmoni e in tutto il mio corpo, sento le cellule nel loro incessante lavorio di rigenerazione… entro in contatto con ogni atomo di me stessa, con la mia anima… so, con una fede assoluta, che il riposo arriverà e che sarà ristoratore.

A fine marzo la radiografia di controllo rileva il versamento pleurico in netta diminuzione, anche se ancora presente, e i campi polmonari finalmente puliti… non ne sono ancora del tutto fuori, ma ce la stiamo facendo!!

Finalmente riesco a sopportare la macchina a sufficienza e vado a trovare Soili per un trattamento e un confronto. Rincontrarla dopo tanto tempo è un’emozione fortissima. Mentre mi fa un’analisi riflessologica, le parlo di me, di ciò che provo, della sofferenza fisica, della tristezza profonda, del senso di sconfitta che ho provato e di come ora si sia trasformata in “resa attiva”. So che lei può comprendere queste mie definizioni strane, che può capire le difficoltà e la meraviglia che la vita di comunità porta… con lei mi lascio andare, mi affido, cullata dalla sua esperienza e dal suo amore.

fluireQuando torno a casa mi è difficile spiegare a parole, è un periodo in cui sento tanto, ma fatico a comunicare… questo mi porta a sentirmi “separata” dal gruppo, attenta soprattutto a me, in un fluire parallelo e vicinissimo, ma non sovrapposto come prima.

Dentro, una voce in profondità sussurra che “non è giusto”, che "questo NON è il vivere in comunità che ho sempre professato", che "sono inadeguata, incapace, che, forse, non dovrei stare qui". Si alterna con un’altra parte che colpevolizza i miei comunardi, troppo assillanti o troppo assenti, troppo esigenti o troppo indifferenti…

In quest’altalena emotiva, passa quasi un anno.

Togliersi la mascheraA settembre 2016 la mia vita è tornata pressoché normale, se non fosse per quel filo di dolore che non mi lascia mai, ma che, ora, non altera più di tanto la qualità delle mie giornate… mi trovo di nuovo di fronte a una scelta: accontentarmi o andare fino in fondo… e scelgo la seconda.

Per troppo tempo nella mia vita ho accettato il “benino” e non il “bene”, adesso sento di essere pronta a strappare via quel velo che mi separa ancora dalla parte più profonda e buia di me.

M’incontro con Monica, una professionista, un'amica e una persona splendida, molto in contatto con il suo femminile, unisce l’arte a percorsi sciamanici e di ascolto e incontro profondo col sé.

Sfogare rabbiaArrivo nella sua casa in mezzo ai boschi e iniziamo, mi chiede d'identificarmi con il mio sintomo e di farle sentire sul corpo ciò che provo io. Ho paura di ferirla, ma mi dice di fidarmi. Premo sotto il suo sterno verso l’alto, sento salire via via la rabbia, la  tristezza, la sofferenza… mentre cerco di farle sentire il male che sento io lei mi porta le sue sensazioni: dolore, un nodo in gola che non riesce ad uscire, un grido potente che non trova sfogo…

Quando smettiamo siamo spossate entrambe, mi chiede di urlare, di prendere a pugni dei cuscini, di fare i capricci come se fossi tornata bambina… grido tutto il mio dolore, il senso di ingiustizia, d’invisibilità e incomprensione, e picchio, picchio, picchio… finché non ho più forza.

La giornata è finita, ci abbracciamo… mi sento più leggera, ho iniziato a creare qualche crepa in quella fortezza che ho costruito in 43 anni per difendermi dal dolore.

Spezzata in dueA gennaio 2017 torno da Soi, le racconto tutto mi ascolta attenta e mi fa notare che continuo ad usare termini che alludono alla separazione, spesso mi definisco “schizofrenica” nel descrivere le mie oscillazioni tra la voglia di sentirmi nuovamente parte del mio gruppo e l’affermazione della mia autonomia e diversità… in un attimo l’attenzione di entrambe va al punto del mio corpo da cui è partito tutto: la pleura diaframmaticaIl DIAFRAMMA, quella potente membrana muscolare che separa addome e torace, la parte che si nutre di emozioni e relazioni e la parte in cui elaboriamo e facciamo nostre le esperienze pratiche della vita, che è anche la nostra parte più pulsionale.

E’ un attimo, un momento di consapevolezza profonda, in pochi secondi ripercorro gli ultimi anni di me stessa, del mio rapporto di coppia, delle mie relazioni in comunità e tutto torna. libro anticoRientro in ecovillaggio con una carica diversa, come se, dopo essermi soffermata per un tempo interminabile su un libro scritto in una lingua sconosciuta, tutto divenisse improvvisamente comprensibile e chiaro… come se quella lingua straniera fosse finalmente la mia.

Avevo scelto la comunità in uno slancio di coraggio e profondo amore per la vita, per me stessa e per chi avevo accanto, ma gli schemi di un’intera esistenza, le usuali modalità reattive, le paure dell’abbandono e le mie rigidità non mi avevano mai realmente lasciata… avevo scelto il cambiamento radicale imponendomi semplicemente nuovi schemi, nuove etichette, nuove gabbie che non avevano fatto altro che alimentare il mio senso di incapacità e inadeguatezza.

Il dolore fisico, la malattia mi hanno messo davanti ai miei limiti e alla mia oscurità, mi ci hanno schiacciato dentro fino a farmene sentire il sapore, mi hanno richiesto una scelta definitiva tra Vivere e sopravvivere

Da più di un anno i dolori sono passati del tutto.

Tornano a tratti a farmi da campanello d’allarme quando i vecchi schemi s’insinuano nuovamente nell’anima, quando ricomincio a separarmi dalla mia essenza giudicandomi… ma adesso non fanno più paura, li accolgo con gratitudine perché so che arrivano per ricordarmi che ho scelto di Vivere.

 

Tutta la storia...

  1. Com'è iniziata (1/4): Ho 46 anni... e ho avuto paura di morire
  2. Cos'è successo dopo (2/4): La malattia e il senso di sconfitta
  3. ... e poi... (3/4) Ho bisogno di... me.

 

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Pubblicato in Blog di Katia Prati

Commenti   

0 # Lorella 2018-06-14 12:38
Sei un essere meraviglioso e di grande coraggio! Grazie davvero per aver condiviso questo doloroso/meraviglioso percorso di vita! Un abbraccio Lorella
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