La malattia e il senso di sconfitta

Paura di morire

La fine del 2015 si avvicina. Pietro ha smesso di andare a scuola da una settimana circa, godiamo tutti di una ritrovata tranquillità, niente più compiti, niente più sveglie la mattina. Ci stiamo preparando all’inzio del periodo natalizio. Quello che per la maggior parte del mondo è un momento di riposo, per noi è un tour de force. Durante le vacanze invernali arrivano molti ospiti e i ritmi diventano serrati: ci si sveglia presto per far trovare pronte le colazioni, accogliere chi si alza e organizziamo attività differenti ogni giorno.

Dal momento della mia crisi, il dolore al torace non mi ha più abbandonato.

Di giorno resisto e cerco di non variare più di tanto le mie abitudini, anche se la fascia del reggiseno è diventata intollerabile e di notte sta diventando difficoltoso anche dormire sul fianco destro.

nebbia dentroDa qualche giorno sento strani rumori respirando, come se qualcuno stesse facendo bolle d’aria in un liquido… da dentro il mio torace, però! Ci scherzo su, sminuisco, appoggio la mano di Ermanno sul mio costato e gli chiedo se è solo una mia sensazione o se riesce a percepire quelle strane vibrazioni… le sente anche lui e il sorriso si smorza, ma cerco di non farlo vedere.

Non ho problemi respiratori, ma una stanchezza che mi attanaglia, ho bisogno di mettermi a letto qualche ora nel pomeriggio per poter reggere fino a sera.

E’ chiaro che qualcosa non va, ma non voglio pensarci… passerà.

… ma non passa.

La notte del 20 dicembre è allucinante, non riesco più nemmeno a stare sdraiata, dormo seduta nel letto cercando di non muovermi troppo. Riesco a riposare qualche ora e in maniera disturbata, ma quando arriva la mattina mi sembra di stare meglio. Lunedì 21 andiamo a Reggio Emilia da mia sorella, non potremo stare insieme a Natale e ci vediamo per festeggiare in anticipo.

Ermanno è nervoso, quando gli parlo di come sto ho la sensazione che mi eviti e questo mi addolora e mi fa arrabbiare.

corda che si spezza

La rabbia… da un po’ di tempo mi sto rendendo conto che mi arrabbio meno ma mi sento molto più triste, non reagisco più infuocandomi come mio solito, entro semplicemente in una sorta di resa e mi isolo, è un comportamento che non mi riconosco, ma è come se non avessi nemmeno l’energia per accendere la miccia.

La giornata passa abbastanza tranquilla, il dolore c’è ma è accettabile, rientriamo verso le 19, faccio 6 gradini e mi piego in due. Il male è insopportabile, mi prende tutto l’emitorace sinistro, la spalla e il braccio, il diaframma è come bloccato, non riesco a raddizzarmi.

Questa volta non ho esitazioni: “Portatemi al Pronto Soccorso subito!!!”fallimento

Sono terrorizzata, ho la sensazione di non riuscire ad espandere il torace anche se sento l’aria fluire liberamente. Il rumore di bolle è sempre presente. Arrivo al PS e mi fanno passare subito, l’ossigenazione è regolare, ma la pressione arteriosa è alle stelle (210/160)… l’infermiera mi fa subito un elettrocardiogramma, mi prendono la vena per le analisi di routine. La giovanissima dottoressa di turno mi fa una breve anamnesi e un’ecografia all’addome, è stanca, svogliata, non sembra ascoltarmi, dall’eco vede molta aria nell’intestino e sostiene stia avendo una colica, non mi ausculta nemmeno… ecco uno dei motivi per cui ho deciso di non fare il medico nonostante l’ottima carriera universitaria: sei talmente sotto pressione che ti dimentichi che hai davanti persone e non contenitori di organi.

Resto per non so quanto tempo in attesa del radiologo… quando arriva, scendere dalla sedia a rotelle e sdraiarmi sul lettino rigido per la radiografia è un’impresa epica, come anche inspirare profondamente e trattenere il fiato… il mio diaframma contratto non molla.

L’ECG è nella norma e i primi prelievi enzimatici sono a posto, decidono comunque di trattenermi per portare a termine i rilievi. La dottoressina ha finito il turno, ne è arrivata un’altra, più anziana, ma non più invogliata. Le rispiego cos’è successo, guarda distrattamente gli esiti degli esami. La radiografia è nella norma. Mi prescrive un antidolorifico e un antispastico in vena.sensi di colpa

Manno vorrebbe che firmassi per essere dimessa, m’innervosisco, ho la sensazione che pensi sia tutto solo nella mia testa e mi sembra sia più preoccupato per il fatto di dover tornare il giorno dopo a prendermi che per la mia salute. Trovo la forza per dirgli che preferisco rimanere e dentro di me la sensazione di fallimento fa di nuovo capolino.

Il dolore si è attenuato, gli esiti negativi degli esami mi hanno tranquillizzata, almeno non è un infarto, ma ancora non so cosa cacchio mi stia succedendo.

Di notte fatico a dormire, ho la flebo e l’holter per la pressione, nella sala dove ci sono io ci sono altre 4 persone, tra cui un signore anziano che rantola attaccato all’ossigeno, ha un’infezione polmonare… non dovrebbe stare buttato lì, porca vacca, ma non ci sono stanze libere.

“Cosa ci faccio qui??? Come cavolo sono arrivata a questo punto??? Sono giovane, vivo la vita che ho sempre sognato, ho un marito che amo e due figli che adoro… NON VOGLIO MORIRE ADESSO!”

Finalmente il sole sorge, arrivano le ultime analisi, gli enzimi cardiaci non si sono mossi, ottimo… ma nonostante l’antispastico e l’antidolorifico il mio torace ancora non è a posto.

Sono in via di dimissioni, mio marito è tornato a prendermi con Totta che non ne ha voluto sapere di rimanere a casa. Non ha ancora compiuto 3 anni, vederla spaesata in una sala del Pronto Soccorso non mi piace per nulla. Fissa il tubicino della flebo con diffidenza e non vuole venirmi vicino.

colpaC’è l’ennesimo cambio turno, questa volta arriva il responsabile del reparto, ha più o meno la mia età, un fare deciso e rassicurante. Si scusa, ma vuole risentire nuovamente cos’è successo, la diagnosi delle colleghe non lo convince… MI VISITA (miracolo!!!), mi fa inclinare in avanti, di lato, mi chiede se il dolore varia… sì, varia. Chiedo a Manno di portare a casa la piccola e resto sola di nuovo.

Il dottore si fa portare subito un apparecchio per l’ecocardiogramma: C’E’ DEL LIQUIDO ATTORNO AL CUORE! E’ poco, fortunatamente, ma sufficiente a giustificare il dolore e il senso di costrizione. Vede la mia faccia preoccupata, mi parla con calma, gli dico che ho studiato medicina, ma che ho scelto la via delle cure naturali, non mi sento giudicata e questo mi rasserena. Si sente libero di parlami in modo più tecnico, ma senza perdere la sua umanità, mi rassicura in maniera assertiva: non è grave, ma non si può sottovalutare.

Il protocollo richiederebbe un ricovero, ma siamo sotto Natale e sono di fibra forte, mi fa tornare a casa, a patto che io stia a riposo assoluto e che assuma un antinfiammatorio ad alto dosaggio per quattro giorni, il 26 dicembre mi devo ripresentare tassativamente per un controllo da lui. Non mi oppongo, avviso a casa che possono venirmi a prendere, quasi mi scuso per il disturbo.

sentirsi in colpaQuando arrivo i bimbi mi fanno festa, Totta non mi molla un attimo e leggo negli occhi di Pietro paura e preoccupazione, mi sembra di percepire nervosismo da parte degli altri. Penso al Natale, al Capodanno, agli ospiti in arrivo…

Mi sento in colpa perché non potrò essere d’aiuto, salgo in camera… una vocina dentro di me non smette di sussurrami con cattiveria e scherno: “Fallita, sei solo una fallita… hai mollato medicina, ti vanti di non prendere farmaci e al primo intoppo te la fai sotto e ti riempi di ibuprofene!!! Sei la solita incorente e inconcludente… e per di più adesso sei anche un peso!”

Non accetto l’idea di sentirmi “malata”… mi infilo nel letto e inizio a piangere sconfitta.

[continua…]

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Pubblicato in Blog di Katia Prati

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